Modello tedesco e crisi del merkelismo

Dopo che il Presidente del Bundestag Norbert Lammert ha comunicato l’esito della prima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica, mercoledì 30 giugno, le telecamere hanno indugiato a lungo sulla vera sconfitta della giornata, Angela Merkel. La cancelliera se ne stava seduta con lo sguardo basso e il volto teso, mentre i deputati della Cdu si guardavano intorno increduli. A cominciare, naturalmente, da Christian Wulff, il candidato impallinato da quarantaquattro franchi tiratori, poi eletto in serata al terzo scrutinio con una risicata maggioranza. Il commentatore della televisione pubblica tedesca Ard che seguiva l’evento ha descritto la scena con un secco: “Frau Merkel hat eine Klatsche kassiert”, la signora Merkel ha incassato uno schiaffo.
Probabilmente si tratta della prima vera battuta d’arresto della cancelliera, dopo un’ascesa inarrestabile che durava ormai dal lontano 1989. Abile nel far dimenticare il suo passato nella Freie Deutsche Jugend, il movimento giovanile legato al partito-guida della ex-Ddr, cresciuta all’ombra di Helmut Kohl, che la nominò più volte ministro, la Merkel non esitò nemmeno un secondo ad abbandonare il suo padrino politico quando questi cadde in disgrazia per i finanziamenti ottenuti illegalmente dal magnate dei media Leo Kirch. Arrivata alla guida della Cdu, inanellò una serie di importanti vittorie locali, e nell’autunno del 2005 pose fine a sette anni di governo rosso-verde, insediandosi alla cancelleria. In verità quella campagna elettorale non fu un grande successo per la Merkel: partita con i favori del pronostico, con i sondaggi che la davano addirittura 21 punti avanti ai socialdemocratici, commise l’imperdonabile errore di farsi sedurre dalle proposte ultraliberiste di Paul Kirchhof, un noto editorialista, professore dell’Università di Heidelberg, e così si alienò buona parte dei consensi popolari. Per Gerhard Schröder fu sin troppo facile accusare Kirchhof di voler trasformare in cavie 82 milioni di tedeschi, garantendosi così una spettacolare e inaspettata rimonta. Ma la Merkel fu prontissima ad aggiustare il tiro, accantonando I propositi thatcheriani e proponendosi come la paladina dell’economia sociale di mercato e del modello tedesco. Nei quattro anni successivi guidò con eccezionale pragmatismo e abilità la grande coalizione, scaricando le colpe di quasi tutte le scelte impopolari sull’alleato socialdemocratico, già in grande difficoltà per la concorrenza che Oskar Lafontaine e la sua Linke stavano portandogli da sinistra. Con le elezioni del settembre dell’anno scorso si compie dunque l’autentico capolavoro politico della Merkel: scaricata la Spd, la Cdu-Csu imbarca nel governo i liberali, considerati politicamente meno ostici. Eppure, per la cancelliera, il momento di massimo splendore corrisponde con l’inizio del declino. La sua leadership si fa improvvisamente incerta. Gli alleati di governo si dimostrano molto meno malleabili di quanto previsto e reclamano un surplus di visibilità che condanna la coalizione al litigio perenne. L’indirizzo programmatico del governo subisce continui cambi di rotta, soprattutto sulla piattaforma economica. Abbandonato il rigorismo inflessibile dell’ex-ministro delle finanze Peer Steinbrück, nell’autunno dell’anno scorso l’esecutivo di centro-destra aveva annunciato un massiccio piano di tagli alle imposte che avrebbe permesso un rilancio dei consumi interni. Ma i propositi espansivi sono durati giusto l’arco di qualche settimana: la proposta è stata via via annacquata, anche su spinta degli industriali, che avevano visto nel frattempo risalire gli ordini dall’estero e che temevano di mettere in pericolo un modello di crescita trainato dalle esportazioni che ha garantito ricchezza e benessere per molti decenni. Ed è stata forse definitivamente abbandonata qualche settimana fa, con l’approvazione da parte del consiglio dei ministri – non senza polemiche – di una manovra correttiva da 80 miliardi di euro.
Non è andata meglio con la gestione della crisi che ha colpito la Grecia. La paura di subire una pesante sconfitta nelle importanti elezioni nel Nord Reno-Vestfalia ha paralizzato per settimane la Merkel in un imbarazzante attendismo, con giravolte, capriole e mezze dichiarazioni che hanno finito per incoraggiare l’attività degli speculatori senza tuttavia evitare la perdita del governo regionale da parte della Cdu. Un rovescio che, oltre a far perdere al partito di governo la guida di un Land che conta da solo quasi un quarto dell’intera popolazione della Germania, ha messo fuori gioco uno dei dirigenti più autorevoli del partito della cancelliera – il governatore uscente Jürgen Rüttgers – proprio pochi giorni prima che un altro colonnello della Cdu, il premier dell’Assia Roland Koch, annunciasse – non senza sorpresa – il suo ritiro dalla vita politica per la fine di agosto.
Va detto però che a mettere in difficoltà Angela Merkel ha pensato anche una rediviva Spd. Quando a novembre si insediò la nuova dirigenza sotto la guida dell’ex-ministro dell’ambiente Sigmar Gabriel, il partito era piegato dall’umiliante disfatta elettorale e stremato da uno scontro mai risolto fra l’ala riformista e quella più tradizionalista. Ma le improvvise dimissioni di Horst Köhler dalla Presidenza della Repubblica sono state sfruttate in maniera magistrale da Gabriel, lanciando come candidato il popolarissimo oppositore dell’ex-regime comunista della DDR Joachim Gauck. Così, infatti, il leader dell’Spd ha ottenuto un duplice risultato: da un lato ha messo in difficoltà la coalizione di governo che già aveva scelto Wulff e che si è trovata per settimane a fronteggiare una martellante campagna di stampa a favore di Gauck. Dall’altra, ha messo con le spalle al muro la Linke che, non sostenendo il candidato di Spd e Verdi, ha finito per confermare i continui e imbarazzanti legami che la legano ancora alla Stasi e al vecchio regime di Honecker. Secondo alcuni commentatori uno degli obiettivi principali del presidente della Spd era proprio quello di indebolire e marginalizzare il partito di Lafontaine, soprattutto nei Land dell’Ovest (dove il voto per la “nuova sinistra” è meno radicato e più di opinione o di protesta), in modo da riconquistare posizioni in vista delle elezioni regionali dell’anno prossimo. In quest’ottica andrebbero visti sia il rifiuto di Gabriel e del segretario dei Verdi Jürgen Trittin di partecipare a un vertice delle opposizioni proposto goffamente dalla Linke per uscire dall’angolo in cui è finita, sia l’invito rivolto ad alcuni deputati post-comunisti dalla Spd del NordReno-Vestfalia a lasciare il loro partito per iscriversi al gruppo parlamentare socialdemocratico e sostenere il nascente governo rosso-verde di Hannelore Kraft.
Quali saranno gli sviluppi della situazione politica tedesca è difficile da prevedere. I media si sbizzarriscono da settimane, disegnando tutti i possibili scenari. Pochi sono pronti a scommettere sulla solidità dell’attuale maggioranza nero-gialla. Si parla di un’allargamento della coalizione di governo ai Verdi o di una riedizione della grande coalizione fra Cdu e Spd, ma non si esclude nemmeno un ricorso anticipato alle urne. L’indebolimento dei grandi partiti di massa e la polverizzazione del consenso, fenomeno che caratterizza da decenni un po’ tutta l’Europa, non sembra tuttavia aver scalfito la peculiarità principale del modello tedesco, ovvero che le maggioranze e i governi nascono e muoiono in Parlamento, senza che si gridi al tradimento della volontà popolare. Dalle elezioni nazionali a quelle del comune più sperduto della provincia, non esistono “coalizioni omogenee” ovunque uguali a se stesse. Le alleanze post-elettorali fra partiti si formano in base ai rapporti di forza stabiliti dagli elettori e non presunti da qualche indagine demoscopica. Lo hanno capito in tre giorni David Cameron e Nick Clegg, che avevano pur sempre alle spalle qualche secolo di successi del “modello Westminster”. Non si capisce perché sia così difficile da capire per i politologi e commentatori nostrani, reduci da un ventennio di Seconda Repubblica tutt’altro che memorabile.

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