I tempi del Pci

Non abbiamo sondaggi e non lo abbiamo nemmeno domandato a nessuno, ma ci scommetteremmo. Alla mostra sul Pci, oggi aperta per l’ultimo giorno a Roma, prima di passare a Livorno e per diverse altre città d’Italia, i visitatori si potrebbero dividere in due categorie: quelli che si domandano se tutto sommato il Pci, un partito che non esiste più da vent’anni, meritasse una celebrazione così imponente da parte dei suoi discendenti; e quelli che si domandano se tutto sommato, considerati gli ultimi vent’anni, se lo meritassero i suoi discendenti, il Pci. E se si meritino questa mostra, che è bella, ma soprattutto viva, come vivo si dimostra, ancora e nonostante tutto, il Partito comunista italiano. Molto più di tanti altri partiti che sono venuti dopo, e in qualche modo ancora vegetano sulle schede elettorali o nelle tribune politiche. Bastava guardarsi attorno, guardare le diverse facce dei tanti visitatori che ogni giorno riempivano la mostra, per capirlo al volo.
La ragione di questa insospettata vitalità è però un mistero impenetrabile. O forse siamo noi che non abbiamo più le parole, le categorie, gli strumenti per afferrarlo. Chi lo sa, forse, in fondo, ci ha rovinati Gianfranco Funari, ai tempi di mani pulite, con i suoi talk show all’insegna del “parla come magni”. Probabilmente, un passo decisivo lungo la china che ci ha precipitati in questo buco nero lo abbiamo compiuto quando abbiamo cominciato a lamentarci del “politichese”. Bisognava parlare più semplice, si diceva, per farsi capire. E fare discorsi più brevi, per non annoiare il pubblico e per adeguarsi ai tempi televisivi. Non ci sarebbe stato niente di male, s’intende, se questo fosse avvenuto soltanto in televisione, ma la nuova tendenza ci ha preso subito la mano. E adesso non si trova più un politico che sia capace di fare un discorso di senso compiuto. Un discorso che non sia un confuso collage di pensierini, battute a effetto e proposte magari piene di dettagli, ma sempre più povere di significato.
Allora, per il Pci, il primo obiettivo era elevare la coscienza politica delle masse popolari. I filmati della mostra con i portuali che discutono di politica internazionale e della crisi in Estremo Oriente – o con Enrico Berlinguer che spiega agli operai dell’Alfa Sud la posizione del Pci sull’intervento in Afghanistan – fanno un effetto ancora molto forte, e probabilmente più forte di quando sono stati girati. Senza nulla togliere, con questo, a tutte le manipolazioni e le versioni di comodo che a quegli stessi lavoratori venivano propinate dalla propaganda comunista, in tempi forse più ingenui di questi. Una cosa certo impensabile oggi, nell’epoca di Wikileaks, dei blog e delle rivoluzioni fatte su Facebook e Twitter. O no?
Un partito è però innanzi tutto un linguaggio, con un lessico e una sintassi suoi propri. E’ un fatto culturale. E’ un punto di vista sul mondo. E se si tratta di un partito che si propone come obiettivo il cambiamento della società, dovrebbe essere un punto di vista po’ diverso da quello che si trova abitualmente sui giornali o in tv. Ma qui, tra partiti di plastica e leader di cartapesta, sono vent’anni che non si vede più niente. Questo è il problema. Il problema è che da troppi anni, invece di preoccuparci di elevare le masse popolari, ci siamo preoccupati di abbassare i dirigenti. E adesso, in questo squallidissimo tramonto del berlusconismo, che è il tramonto di un intero sistema politico-istituzionale, la verità è che non sappiamo più come rialzarci.
E’ un problema che riguarda tutti i partiti italiani, e non solo. Il problema della ristrettezza delle nostre classi dirigenti è antico come l’Italia (nel Pci se ne parlava sin dai tempi di Antonio Gramsci). Il punto è se questo stato di cose, al quale la “democrazia dei partiti”, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, aveva in qualche modo offerto una risposta, dopo il crollo della Prima e la nascita della Seconda Repubblica non si sia aggravato. La proliferazione di micro-partiti personali, la compravendita di parlamentari-partito, le candidature in parlamento offerte come sappiamo, in tutto questo Silvio Berlusconi ha raggiunto livelli senza dubbio ineguagliabili ed emblematici, ma emblematici di un sistema.
Di qui la domanda: è possibile uscire da questo sistema? O si tratta semplicemente della politica e della società moderne così come sono, e rifiutare tutto questo vuol dire condannarsi a un ruolo di testimonianza, irrilevante e alla fine anche un po’ irritante, come tutte le posizioni nostalgiche? Oppure, ancora, è necessario accettare il terreno su cui la lotta politica si svolge attualmente, con le sue regole e con i suoi inconvenienti, perché solo se si sarà capaci di vincere su quel terreno, si potrà poi pensare a cambiarlo?
Può darsi che questo sistema e questa idea della politica, così personalizzata, televisiva ed evanescente, tagliata su misura per i talk show e i retroscena da quotidiano, siano stati il prodotto inevitabile dei tempi (anche se proprio la storia del comunismo avrebbe dovuto vaccinarci dall’idea che esistano “prodotti inevitabili dei tempi”). Ma è anche vero che i tempi cambiano. Certo, se da questi schemi non fosse possibile uscire, non sorprenderebbe la difficoltà di tutti i partiti, anche a sinistra, nel ricreare quel senso di appartenenza e di comunità che ancora oggi è possibile sentire tra i visitatori della mostra sul Pci, come un richiamo antico e silenzioso. Ma se invece i tempi cambiano – se anzi, come pensiamo, i tempi stanno già cambiando – allora forse bisognerebbe solo rendersene conto, e trarne le conseguenze.

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