La terza via e i cattolico-democratici

Il dibattito interno al Partito democratico è stato recentemente animato da un confronto tra quelle che qualcuno ha definito l’anima liberaldemocratica e quella socialdemocratica del partito. La prima si è riconosciuta nel (secondo) “discorso del Lingotto” di Walter Veltroni, ripreso su tutti i principali quotidiani. L’altra ha meno simpatizzanti sui giornali, ma ha una certa presa sull’attuale gruppo dirigente del Pd. Un esempio della seconda posizione si ha nella replica di Stefano Fassina al discorso del Lingotto (replica cui sono seguite due controrepliche, una di Marco Meloni, l’altra di Stefano Ceccanti). Chiamare tale linea socialdemocratica non è forse del tutto corretto. La posizione di Fassina (e di buona parte della segreteria del Pd) si caratterizza piuttosto per la ricerca di una nuova sintesi tra tradizione socialdemocratica e tradizione cattolico-democratica. E questo complica ulteriormente il quadro, aprendo alla discussione un nuovo fronte. Per Ceccanti, infatti, la terza via rappresentata a suo tempo da Tony Blair, lungi dal poter essere contrapposta al magistero sociale della Chiesa, ne sarebbe anzi la più corretta interpretazione, con il richiamo a una visione “poliarchica” della società in cui sfera economica e sfera politica sono sovrane nei propri rispettivi ambiti; i problemi, a cominciare dalla recente crisi economica, sarebbero semmai da ricondurre alla confusione di ruoli tra tali sfere e quindi, in ultima analisi, all’invadenza della politica.
Questo interessante confronto mi spinge ad alcune riflessioni. Noto innanzitutto che Ceccanti, respingendo come caricaturale una descrizione della terza via come adesione a una visione individualista e alle ricette liberiste, finisce per fornire a sua volta una caricatura della socialdemocrazia, quando ne individua il nucleo nel “primato assoluto dello Stato sull’economia” e nella svalutazione dell’economia a dimensione “ancillare alla politica in forma di Stato”. La descrizione sembra adattarsi a qualche economia da socialismo reale, non alla maggioranza dei paesi europei. Un giudizio più equilibrato dovrebbe far riconoscere che la principale conquista del mezzo secolo socialdemocratico, ovvero la creazione dello stato sociale, fondamento del modello sociale europeo, si caratterizza per un equilibrio tra esigenze del mercato e obiettivi di giustizia e promozione sociale, obiettivi che il mercato non è in grado di garantire da solo. Complementarità dunque, più che subordinazione.
Del resto, lo stesso dibattito sul “primato” tra economia e politica rischia di essere fuorviante. Vero è che la rivendicazione del “primato della politica” va precisata. Tale espressione rischia infatti di evocare l’idea che la politica sia una scorciatoia in grado di recidere il nodo ineludibile tra vincoli (le risorse, il contesto) e obiettivi economici. O peggio, che si voglia legittimare un esercizio discrezionale del potere politico in campo economico. È ovvio che tale accezione non è corretta, in quanto non tiene conto del senso del limite dell’azione politica, un’acquisizione di cui la cultura riformista è debitrice (anche) nei confronti del pensiero cristiano. Ben diverso è intendere il “primato” come riconoscimento di un ruolo della politica che vada oltre quello di mera garanzia del funzionamento del mercato. Intenderlo cioè come presa di distanza dalla concezione liberista di un ruolo residuale dello Stato, semplice spettatore dei processi economici; una concezione che è stata pensiero dominante nello scorso ventennio, e che ha fatto breccia anche tra molti cultori della terza via, magari nella versione edulcorata per cui compito della politica sarebbe al più prendersi cura delle vittime che lo sviluppo economico lascia sulla sua strada. Primato inteso dunque come affermazione della legittimità della politica economica, e della possibilità per la politica di interrogarsi sulla direzione e la qualità dello sviluppo economico.
E vengo qui all’affermazione per cui la soluzione corretta del rapporto tra economia e politica starebbe nella “separazione delle sfere” (Ceccanti individua in questa visione il cuore della terza via, cui dovrebbe ispirarsi il Partito democratico). Tale affermazione non convince. Riguardo alla sfera economica, riguardo cioè al problema di come utilizzare risorse non illimitate per soddisfare nel modo più adeguato i bisogni di una collettività, l’interazione “di mercato” (quella cioè realizzata attraverso lo scambio tra individui e imprese) e l’interazione “politica” (vale a dire l’attivazione di forme di decisione collettiva che si avvalgono di un meccanismo di rappresentanza democratica) vanno intese come modalità di composizione degli interessi che necessariamente convivono sullo stesso terreno, con rapporti e confini complessi e mutevoli. È del tutto incomprensibile come si possa operare, concettualmente prima ancora che nella pratica, la separazione della sfera economica dalla politica, a meno di sposare un’idea di stato minimo, lo “stato guardiano notturno”, e a meno di ignorare quanto il mercato sia esso stesso plasmato dalle scelte politiche.
Istituzioni del mercato e istituzioni politiche congiuntamente determinano la creazione di ricchezza e la sua distribuzione. Ciò non significa confusione dei ruoli. Per la maggior parte dei beni o servizi, per i quali i bisogni individuali sono adeguatamente espressi da una domanda di mercato, il ruolo del governo si limiterà effettivamente a garantire la corretta realizzazione degli scambi. Vi sono tuttavia casi in cui l’uso ottimale delle risorse è meglio perseguito da una correzione o addirittura un abbandono del mercato. Si prenda l’accesso alla salute: il problema economico di mobilitare le risorse e di definire la priorità di accesso potrebbe in linea di principio essere risolto dal mercato, e così è stato per lungo tempo (e in parte tuttora è, ad esempio negli Stati Uniti); con decisione politica, la collettività può scegliere invece di regolare tale accesso sulla base di criteri di universalismo ed equità, svincolandolo dalla capacità di pagare. Questa soluzione non può a sua volta prescindere da considerazioni di uso razionale, economico, delle risorse, e quindi l’intervento pubblico dovrà essere attento nell’introdurre appropriati incentivi e controlli. L’esempio della salute è solo uno dei tanti. Analoghe considerazioni valgono per l’istruzione, la sicurezza sociale, la fornitura di beni e servizi essenziali per i quali l’organizzazione di mercato darebbe luogo ad esiti monopolistici, i beni a consumo collettivo, fino ai trasporti, alla tutela dell’ambiente e al sostegno agli esercizi commerciali nei centri urbani, dove il mercato non è in grado di rispondere in modo adeguato alle necessità della società. Nel riconoscimento di un ruolo per l’azione pubblica non vi è alcun ritorno indietro, ma semmai il superamento della sudditanza culturale di un certo pensiero riformista che ha prevalso nel passato ventennio e che vedeva nell’arretramento del pubblico sempre e comunque una conquista.
Riguardo al ruolo della comunità come terzo tra stato e mercato, sottolineato da molti fautori della terza via, non si può negare la funzione positiva di forme volontaristiche e di modalità di organizzazione autonoma dei cittadini. L’urgenza di risolvere problemi collettivi spinge gli individui ad associarsi per trovare soluzioni condivise, specialmente laddove la presenza pubblica risulta carente. Tuttavia, tali soluzioni difficilmente risultano compatibili con l’esigenza di garantire certi beni e servizi essenziali in modo universale e coerente con una nozione moderna di cittadinanza. Del resto, quasi tutte le istituzioni dello stato sociale nascono storicamente dall’esigenza di superare le insufficienze, frammentarietà e parzialità di preesistenti forme mutualistiche e associative. Il richiamo a forme di “società senza stato” suona dunque, questo sì, come un ripiegarsi su soluzioni tradizionali di risposta ai bisogni sociali, inadeguate ad affrontare le sfide poste dall’economia del XXI secolo.
E veniamo infine brevemente alla questione del magistero sociale della Chiesa. Ceccanti, in questa e in altre occasioni, cerca di argomentare la diretta rispondenza della sua posizione con i contenuti del magistero sociale; arriva al punto da indicare come “abusivo” il richiamo di Fassina a quella stessa tradizione, e a scomunicare (mi si passi il termine) quei cattolici, da lui definiti “statalisti”, che non accolgono la sua interpretazione del magistero. Si tratta di una forzatura, basata sull’attribuzione di un peso esagerato a passaggi che, nell’economia dei documenti magisteriali citati, ricoprono un ruolo tutto sommato marginale (è il caso della “poliarchia”). Del resto, la stessa nozione di sussidiarietà (l’idea che l’intervento del livello superiore sia legittimo solo nei casi in cui il livello inferiore risulti insufficiente) è compatibile con il riconoscimento di un ruolo non residuale per il soggetto pubblico. Nel rispetto del magistero sociale, la gamma di posizioni legittime è in realtà piuttosto ampia; ciò non è casuale, visto che la Chiesa non ha mai inteso proporre soluzioni concrete, lasciando queste ultime alle competenze e al giudizio dei laici impegnati nei rispettivi ambiti. Un confronto su questi temi dovrebbe allora avvenire senza ricorrere a discutibili richiami a una maggiore o minore aderenza alla dottrina; richiami tanto più sorprendenti se vengono da un’area del cattolicesimo democratico che ha sempre difeso gelosamente l’autonomia del laicato cattolico sul terreno della politica.

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