Il paradosso giustizialista

Alcuni, anche per via del nome scespiriano della cameriera, hanno pensato a Louis Winthorpe, il brillante finanziere di Una poltrona per due, incastrato da una surreale macchinazione in cui non mancava nemmeno una prostituta di nome Ofelia. Altri avranno pensato più semplicemente a Bud Fox, il broker rampante e corrotto di Wall Street. Forse, però, il parallelo più giusto per Dominique Strauss-Kahn, l’ex direttore del Fondo monetario finito in prigione con l’accusa di tentata violenza sessuale ai danni di una cameriera d’albergo, è con Sherman McCoy, il giovane mago della finanza che un incidente d’auto trascina nel terribile ingranaggio di un processo-spettacolo, anche perché la sua vittima appartiene a una minoranza etnica. Sherman McCoy è il personaggio di un romanzo di Tom Wolfe, Il falò delle vanità, ma anche da questa storia Hollywood non ha mancato di trarre un film di successo.
In tutti e tre i casi il protagonista è un uomo dell’alta finanza, guadagna cifre che la lingua moderna non ha ancora imparato a nominare, se non nei fumetti, e spende i suoi fantastiliardi in locali, luoghi di vacanza e alberghi che le persone normali non possono nemmeno avvicinare. E dai quali, se solo ci si avvicinassero, verrebbero bruscamente allontanate, alimentando così quel risentimento che è uno dei tratti più tipici delle società occidentali in tempi di crisi economica. Tempi in cui il ceto medio, sentendosi scivolare verso il basso, guarda verso l’alto: verso quella classe privilegiata che fino a un attimo prima rappresentava un modello da raggiungere o almeno da imitare, e che adesso vorrebbe vedere, con sé, nella polvere. Una classe privilegiata di cui faceva parte anche Dominique Strauss-Kahn, almeno fino all’ultima notte passata nella sua stanza da tremila dollari al giorno, ancora ignaro del destino che lo attendeva.
Non si trattava di una commedia a lieto fine: sia o meno, come Louis Winthorpe, vittima innocente di un complotto, o vittima innanzi tutto di se stesso e del proprio delirio di onnipotenza, come Bud Fox o Sherman McCoy, Strauss-Kahn si è risvegliato in un incubo che aveva poco a che fare con la civiltà del diritto e il rispetto che tutti i cittadini devono alla legge, ma che prima ancora la legge deve a tutti i cittadini, innocenti e colpevoli. L’immagine del gestore del residence di lusso che chiudeva la porta in faccia all’uomo che fino a pochi giorni prima dirigeva il Fondo monetario internazionale, giudicandolo persona non grata, ricorda troppo da vicino la scena di un film per non suscitare disagio. Così come le notti in carcere, le telecamere e i fotografi lasciati entrare per mostrare il volto segnato dell’uomo potente finito nella polvere, le richieste pesantissime per la libertà su cauzione, dal braccialetto elettronico alla sorveglianza di una guardia armata (per non parlare dell’implicita richiesta di dimettersi dal Fmi, che suggerisce molti cattivi pensieri). Tutto questo colpisce proprio per la sua inquietante aderenza allo stereotipo letterario e cinematografico. Per il suo carattere esemplare. E per il sospetto che questa cinematografica, spettacolare esemplarità non sia affatto un elemento accidentale e soltanto esteriore.
Molte cose suscitano disagio in questa condanna preventiva, con la messa al bando dal residence e dal consesso dei miliardari perbene. E pensare che Strauss-Kahn, come direttore del Fondo monetario, aveva messo in discussione proprio l’ideologia che ha accompagnato il predominio della finanza sull’economia reale, dando legittimazione teorica alle diseguaglianze sociali più insopportabili e allo sproporzionato arricchimento di una nuova aristocrazia del denaro. “Padroni dell’universo”, come amavano definirsi, in quanto tali intoccabili e infallibili. Ma i Bud Fox e gli Sherman McCoy di oggi, a differenza dei loro predecessori letterari, sono anche i primi responsabili della più grave crisi economica dagli anni Venti a oggi. E questo rende i loro fantastiliardi e le loro suite imperiali più difficilmente sopportabili. Certo, il socialista Strauss-Kahn era un uomo politico, non un finanziere. Ma l’uomo della strada non va tanto per il sottile, specialmente se ha appena perso il lavoro.
Nel caso Strauss-Kahn, innocente o colpevole che sia il suo protagonista, s’intravede così un fenomeno più generale, quasi un perverso meccanismo di compensazione. Come se la furia giustizialista, con i suoi capri espiatori, finisse per assolvere tutte le ingiustizie sociali, e ne costituisse anzi una imprescindibile valvola di sfogo, in una spirale di crisi economica, aumento delle diseguaglianze e fiammate populiste che ricorre più volte nella storia delle democrazie. Al di là, ma anche al di qua dell’Atlantico.

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