Acqua pubblica, senza dogmatismi

Lasciamo ad altri l’interpretazione degli effetti del voto sul piano dei rapporti tra maggioranza e opposizione e sul futuro della legislatura. Proviamo invece a interrogarci sul significato della consultazione, in particolare dei quesiti sull’acqua, per la cultura politica del centrosinistra. Siamo di fronte a una svolta nel sentire collettivo riguardo al rapporto tra pubblico e privato? E se così fosse, quali interrogativi dovrebbe porre tale svolta a una forza progressista di governo?
Partiamo da ciò che è evidente: il voto sui due referendum “sull’acqua pubblica” riflette, se non un netto rifiuto, una forte diffidenza verso la possibilità di affidare ai privati, attraverso il mercato, la fornitura in monopolio di beni essenziali; al tempo stesso sembra esprimere un desiderio di appropriazione diretta di tali beni attraverso strumenti di partecipazione collettiva e democratica. Siamo agli antipodi rispetto a quanto è stato detto e ripetuto negli ultimi vent’anni sulla superiorità del mercato come modalità di organizzazione economica e della proprietà privata come veicolo di efficienza. Un segnale che può essere visto come ulteriore conferma di quel cambio di paradigma che sembra essersi innescato con la crisi finanziaria; ma anche una reazione alle promesse non mantenute (almeno nella percezione comune) delle privatizzazioni degli anni 90.
Chi per anni ha denunciato i rischi di un’assunzione unilaterale della prospettiva che vede nel mercato la soluzione migliore, sempre e comunque, potrebbe trovare in ciò che sta accadendo motivo di soddisfazione: il pendolo ha invertito la sua corsa. Non mancano tuttavia i motivi di preoccupazione: va bene evidenziare i limiti di una visione individualista dell’agire umano e abbandonare un modello unidimensionale di organizzazione economica. Va meno bene se ad esso si sostituisce un modo altrettanto schematico e semplicistico di affrontare il complesso tema dei rapporti tra azione pubblica e mercato.
Del resto, non si possono non vedere alcune contraddizioni. Una per tutte: si dà fiducia alla politica nella gestione del servizio in monopolio; ma la stessa fiducia non viene concessa al pubblico nel ruolo di regolatore e controparte del privato. Vero è che non si può chiedere a un movimento popolare di dominare materie così complesse attraverso analisi sofisticate, preparazione e freddezza. Proporre una sintesi e tenere la barra dritta, senza cedere a facili scorciatoie, è invece compito ineludibile di un partito che non si accontenti di inseguire le spinte della società, ma voglia avanzare una propria autonoma proposta politica.
A mio avviso dovrebbero essere quattro i criteri per l’individuazione del corretto confine tra responsabilità pubblica e iniziativa privata, in tutti quei casi in cui il mercato da solo non garantisce il raggiungimento degli obiettivi collettivi.
1) La responsabilità pubblica nella fornitura di un bene o servizio non coincide con la gestione pubblica diretta. È questa un’acquisizione rispetto alla quale, anche a sinistra, non dovremmo tornare indietro. La “delega al privato” consente di suddividere in modo più chiaro la responsabilità gestionale da quella politica e di indirizzo. La tutela dell’interesse collettivo sarà comunque garantita dal ruolo del pubblico quale regolatore.
2) In assenza di concorrenza, non è possibile stabilire a priori la maggiore efficienza del privato sul pubblico (né l’inverso). L’efficienza, intesa in senso corretto e non come mera minimizzazione dei costi di gestione, è determinata da fattori quali la capacità di rispondere adeguatamente alle mutevoli circostanze, la natura e la ripartizione dei rischi tra i soggetti coinvolti, la capacità di garantire qualità e altri obiettivi spesso difficilmente quantificabili. In molti casi la privatizzazione è stata solo un mezzo per aggirare i vincoli (ad esempio in termini di garanzie per i lavoratori) di una gestione pubblica. La preferenza per il pubblico o il privato va dunque affrontata e argomentata caso per caso, in modo pragmatico, valutando l’insieme degli effetti che una scelta o l’altra comporta. La raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade, la sanità e l’istruzione non sono la stessa cosa.
3) Come ogni scelta politica, anche quella sulla modalità di gestione pubblica o privata richiede consenso. A essere respinta è stata una certa idea di modernizzazione tecnocratica. Il riformismo calato dall’alto non pone solo un problema di scarsa democrazia, è anche un cattivo affare sul piano economico, visto che gli investitori privati terranno conto del rischio di rigetto da parte della collettività, e sconteranno tale rischio nel calcolo della redditività attesa. Si spiegano anche così le gare deserte e i vari casi di svendita delle infrastrutture pubbliche.
4) La privatizzazione non è la soluzione dei problemi del cattivo funzionamento della politica o della burocrazia pubblica. Un pubblico che funziona male sarà un cattivo gestore, ma risulterà un altrettanto cattivo regolatore, incapace di contenere gli interessi di un gestore privato. È clientelare il politico che effettua assunzioni ingiustificate; lo è anche chi utilizza la privatizzazione per fare regali agli amici. Detto altrimenti, per una privatizzazione che funzioni ci vuole un pubblico che funziona. Anche in questo caso, non ci sono scorciatoie da prendere: se la pubblica amministrazione è di cattiva qualità la soluzione non è aggirare il problema ma affrontarlo per quello che è, direttamente.
Insomma, poche certezze a priori, molta assunzione di responsabilità. Si chiama politica.

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