Le intercettazioni di uno spirito filosofico

Quando scrive un filosofo non hai scampo: finisci catturato nelle spire del suo ragionamento. Il filosofo è stringente, il filosofo è rigoroso, il filosofo è coerente: a lui non la si fa. Per giunta, è sempre in cerca del bene e del vero, per cui diciamolo: fortunato quel paese nel cui spazio pubblico risuona chiara e forte la voce del filosofo, maestro di color che sanno. E fortunata l’Italia, che da qualche tempo un filosofo di questa fatta ce l’ha. Si chiama Roberta De Monticelli, leggetela. Nella sua bibliografia c’è pure un libro dal titolo promettente: Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi. Chissà che a leggerla non si apprenda davvero a diventar filosofi, o almeno a ben ragionare.
Ieri, per esempio, ha spiegato da par suo ai lettori del Fatto che razza di “argomento di per sé invalido” sia quello di chi accampa l’irrilevanza penale delle intercettazioni telefoniche per porre il problema della loro pubblicazione. Capite? Argomento invalido: senza mezzi termini. Non perdete tempo con disquisizioni giuridiche, dunque. Lasciate perdere il parere di giuristi, costituzionalisti e altri professori di diritto. Poche storie col garantismo: non state dietro alle camere penali. E trascurate pure di tribolare per le firme del presidente della Repubblica. Per dubbi ed esitazioni non c’è più spazio.
C’è, invece, la De Monticelli. C’è il filosofo che in poche righe ti dimostra che trattasi di “argomento invalido”, oltre che di “ragionamento palesemente incongruo”, e la partita è chiusa. Ecco qua: come diavolo si fa a sapere, prima di intercettare, se la conversazione sarà o no penalmente rilevante? Dunque, anche solo per saperlo, bisogna intercettare: dimostrazione è fatta. E voi, apprendisti filosofi, che magari vi domandate ancora cosa diavolo c’entri questo argomento, visto che in questione non è la disposizione del magistrato a intercettare, ma la pubblicazione delle eventuali trascrizioni, attenti: non starete sottilizzando troppo, perdendo di vista il fine supremo della pubblica moralità? Avete ancora in mente, per caso, certe proposte compromissorie del Pd, tipo la distruzione del contenuto delle intercettazioni relativo a persone estranee alle indagini o comunque penalmente irrilevanti? Non vedete, razza di rammolliti, che così vi fate complici?
E non finisce mica qui. Un filosofo, quando è lì che dimostra, fa come il gatto col topo: ti lascia un po’ di corda, ma solo per acchiapparti meglio. E così la De Monticelli finge magnanimità: poniamo pure, per amore di ragionamento, che la roba che viene fuori in questi giorni non abbia rilevanza penale: ma cosa vuol dire? Sapete perché la legge non sanziona penalmente i comportamenti di cui leggiamo in questi giorni? Perché la legge, troppo generosa, suppone che voi vi comportiate con un minimo di dignità. Ma si sbaglia. Perché Lorsignori si comportano male, molto male: protetti dalla riservatezza delle conversazioni private, si lasciano andare a condotte penalmente irrilevanti sì, ma ignobili, indecenti, vergognose. E dunque: di che parliamo? Sono indifendibili e vanno sbugiardati, additati al pubblico ludibrio.
Ora vediamo, cari apprendisti filosofi, se avete seguito bene quest’altro pezzo del ragionamento, valido e congruo assai, della De Monticelli: se la legge fa male a lasciar perdere simili comportamenti, supponendo una moralità che non esiste, non sarà ora di cambiare la legge? Valet consequentiam: non è forse venuto il momento di imporre il decoro per legge, di rendere penalmente rilevanti gossip, maldicenze e cattiverie varie, in modo che questi impuniti la finiscano con la scusa dell’irrilevanza penale? Se la De Monticelli fosse al ministero della Giustizia (e della Probità), certe schifezze che si ascoltano al telefono non sarebbero tollerate un minuto di più.
Infine, lettori, ancora uno sforzo. La De Monticelli sa di cosa parla. È professore ordinario e non esita a scrivere che i suoi colleghi decidono a tavolino i vincitori di concorso (nelle telefonate che dovrebbero essere tutte in viva voce, per legge) e poi sistemano furbescamente le carte in modo che non ci sia nessuna irregolarità nello svolgimento delle prove concorsuali. Imbroglioni. Ma ora la De Monticelli vi ha messo tra la mani la prova schiacciante, la pistola fumante: l’argomento è probante, la tesi provata. Avete infatti il caso, dice sicura e indignata, di un comportamento penalmente irrilevante, ma che Dio sa come sarebbe meglio per le università italiane se fosse reso pubblico.
C’è solo un problema, e stupisce che al Fatto quotidiano, dove non mancano finissimi esperti di diritto, non se ne siano accorti: che quello descritto come immorale ma non illegale è invece un comportamento penalmente rilevante, come ognuno vede, e rilevante assai. Motivo per cui Roberta De Monticelli, a nostro modesto parere, dovrebbe smettere di indignarsi e recarsi piuttosto in procura a sporgere una prosaica e regolare denuncia, con nomi e cognomi.

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