Monti e le riforme senza tempo

Il dibattito corrente sul governo Monti mostra due punti deboli. Il primo è l’idea che per abbassare rapidamente gli spread e riportare la calma sui mercati basti sostituire l’attuale capo del governo con una personalità stimata e autorevole che avvii le riforme. Purtroppo il processo di ricostruzione della fiducia è qualcosa di ben più lungo, che ha bisogno del supporto esterno di un impegno credibile dell’Europa.
Il secondo punto debole, collegato al primo, consiste nella sottovalutazione delle difficoltà di un serio programma di riforme strutturali, ma soprattutto dei tempi necessari affinché queste producano i primi effetti. Una politica di risanamento come quella che ci viene chiesta dall’Europa, è chiaro a chiunque sappia di cosa stiamo parlando, comporta nel breve termine un forte peggioramento delle condizioni economiche del paese: disoccupazione, tagli alla spesa sociale, imposte più elevate, contrazione dei consumi. Si tratta di interventi che potrebbero ben presto risultare insostenibili dal punto di vista politico e sociale. Proprio perché dall’azione dell’Europa dipende l’uscita dall’emergenza, è difficile sottrarsi a questi impegni nell’immediato.
Un governo autorevole dovrebbe mostrarsi deciso ad effettuare gli interventi più urgenti, ma allo stesso tempo capace di negoziare una modifica dell’approccio europeo alla crisi, scommettendo su un cambiamento del quadro politico nei principali paesi partner. Non basta piacere all’Europa, bisogna recuperare forza contrattuale e pretendere di essere riammessi nelle sedi decisionali. Nulla togliendo all’innegabile autorevolezza di Mario Monti, è difficile che ciò possa accadere con una compagine governativa troppo eterogenea e, soprattutto, con un governo sostenuto da forze che dovranno affrontare le elezioni tra poco più di un anno. Nessun partito sarà disposto a giocarsi il consenso del proprio elettorato per un’azione di governo di cui non ha piena responsabilità. Nella primavera del 2013 saremmo nel pieno degli effetti negativi delle riforme previste. L’incentivo di ciascuno a scegliere la strada della demagogia o a giocare la carta dell’euroscetticismo sarebbe altissimo.
Bene ha fatto dunque Pier Luigi Bersani a porre alcune condizioni alla formazione del governo, prima fra tutte un coinvolgimento il più ampio possibile delle forze politiche, per evitare che ci sia chi possa speculare dal tirarsi fuori, come già ha annunciato di voler fare la Lega. Resta tuttavia da domandarsi se non sia ancora meglio, proprio per l’urgenza di avviare al più presto un’azione decisa e credibile, puntare subito sul voto. Ciascuna forza o coalizione avrà a quel punto la possibilità di indicare la strada che intende seguire, e forte della legittimazione necessaria, potrà realizzare un’azione decisa avendo di fronte l’orizzonte di un’intera legislatura. D’altronde, l’esempio spagnolo da tanti indicato non era proprio questo?

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