Il forziere dei valori

Devo darvi una notizia buona e una cattiva. La notizia buona è che siete Picasso, Pablo Picasso, e ancor prima dell’età del giudizio siete arrivati in cima alla tradizione accademica: vostro padre vi ha messo matita e pennelli in mano, e voi non avete mai smesso di dipingere. Tutto quello che c’era da sperimentare del passato dell’arte è già stato da voi sperimentato, digerito, infine espulso.

La brutta notizia è che dinanzi a voi non è rimasta che un’alternativa, l’alternativa dinanzi alla quale ha finito col trovarsi l’arte europea ai nastri di partenza del secolo ventesimo. Anzi proprio nel 1900: quando, in agosto, muore dopo anni di malattia Friedrich Nietzsche, il filosofo del nichilismo («i valori supremi perdono ogni valore. Manca il fine. Manca la risposta alla domanda: perché?»), e in ottobre un baldanzoso giovanotto di Malaga arriva a Parigi: Picasso, per l’appunto.

Qual è l’alternativa? Che cosa c’è oltre l’Accademia, fuori dalla scuola di papà, professore di Belle Arti, e dalle pareti ammuffite di un museo? Dov’è il fine della pittura, la risposta alla domanda: perché dipingere? I valori supremi si sono svalutati: non restano che i valori di mercato (francamente, ho il sospetto che, quando la si mette in termini di valori, alla fine sono quelli economici che vincono sempre).

Ora lasciate pure passare cent’anni esatti. Siete nell’anno Duemila, a Basilea, cioè proprio nella città dove Nietzsche aveva esordito come brillante professore universitario e dove poi sarebbe stato ricoverato allo scoppio della follia, lasciando un biglietto che dice tutto: «Alla fin fine avrei preferito essere professore a Basilea piuttosto che essere Dio; ma non ho potuto anteporre il mio comodo privato al compito di creare un mondo». Ma lì a Basilea nel Duemila il professor Nietzsche non c’è più, e invece di creare mondi hanno avviato la costruzione dello Schaulager, la risposta contemporanea al problema di come conservare le opere d’arte: un mastodontico parallelepipedo che somiglia molto, tolta la cupola, al deposito di Paperon de’ Paperoni. Invece che a Parigi, siete insomma finiti a Paperopoli, e dinanzi avete nientemeno che un enorme bunker di cemento, un gigantesco forziere. Così, almeno, lo ha definito Jean Clair, in un libro che si intitola L’inverno della cultura solo perché Jean Clair non si interessa di politica: “Esso sta all’arte come la banca sta al denaro, un sancta sanctorum dove una manciata di iniziati decidono dei prezzi e degli investimenti”.

Questa, però, l’avete già sentita. Vi sembra anzi di sentirla spesso, di questi tempi. Cent’anni dopo aver buttato via i pennelli di papà e lasciato alle spalle musei ed accademie, vi siete infatti ritrovati con le agenzie di rating sul collo, e grazie alla familiarità con il linguaggio dell’alta finanza acquisita grazie alla crisi siete ormai in grado di capire come gira il mondo dell’arte molto meglio che se aveste studiato per lunghi anni stili, concetti, forme della tradizione artistica occidentale. Jean Clair, infatti, la mette così. “Hedge funds e cartolarizzazione hanno offerto un esempio perfetto di ciò che poteva perpetrare la manipolazione finanziaria [dell’arte] partendo dal niente”.

E, col niente, il cerchio si chiude. L’ospite inquietante, il nichilismo, che Nietzsche ci annunciava per i due secoli successivi si è già fatto i primi cent’anni, e si vede. La descrizione che Jean Clair fornisce di come si speculi sul mercato dell’arte, di come circoli anche lì una gran massa di crediti inesigibili (cioè di opere che prima o poi si riveleranno per quel che sono: spazzatura), di come si impacchettino titoli tossici, e di come, infine, galleristi privati e case d’asta, con la complicità delle istituzioni pubbliche, assegnino le triple A agli artisti che hanno in portafoglio, non ha nulla da invidiare a un manuale di finanza.

Qual è allora lo stato dell’arte? Una drammatica divaricazione (e allo stesso tempo un’incestuosa confusione) tra mercificazione e museificazione, fra mercato, monetizzazione, liquidazione di tutti i valori artistici e conservazione, immobilizzazione, rifiuto, per reazione, di qualunque spinta al cambiamento.

Vi ho dato una buona notizia e una cattiva. E vi ho pure mentito. Perché Picasso, nel 1900, cominciava appena la sua prodigiosa avventura creativa, inventando per l’arte proprio lo spazio che si sottrae all’alternativa esiziale fra l’imbalsamazione della tradizione, ammantata di esausti valori morali, e il trionfo della speculazione, condita di robuste dosi di cinismo. Quello spazio però non era dato, e non è mai dato, perché è affidato all’azione umana. All’azione artistica come all’azione politica. De te fabula narratur: cioè di come tocchi anche alla politica, se vuol esser tale e non farsi imprigionare nella medesima alternativa fra predominio incontrastato dei mercati e brusco ritorno all’ordine, inventarsi uno spazio nuovo, una piazza libera e aperta piuttosto che un luogo chiuso ed esclusivo. Per non essere relegati in uno stato di minorità, senza per questo finire diritti tra le grigie e inumane mura di un forziere.

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