Foto di Pablo Flores

La recessione silenziosa della cultura

La retorica, la realtà, il lavoro precario, il danno per il paese, mi sembrano le parole adatte a descrivere il dibattito e la realtà della vita culturale italiana, almeno quella vista con gli occhi dei giovani. Per la messa in scena di due opere nella prossima primavera, non essendo disponibile l’orchestra regionale, il Teatro Regio di Parma ha indetto un concorso attraverso cui selezionare circa sessanta musicisti e formare l’orchestra necessaria per le produzioni in questione. In palio circa due mesi di lavoro, per un salario di più o meno 3000 euro. Alla selezione avvenuta sulla base di una prova pratica hanno partecipato in circa 1500. In questo numero esorbitante per poco lavoro pagato il giusto c’è la realtà della vita musicale italiana, quella vera, del lavoro, poco e precario, dei tanti giovani che i nostri conservatori diplomano ogni anno.

Una recente indagine relativa alla condizione di attori e danzatori segnalava la dimensione del precariato in Italia, pari a circa l’80 per cento degli addetti, con salari medi inferiori ai 10 mila euro annui. La grande fabbrica della cultura, in questo caso dello spettacolo, di cui spesso con retorica si parla come “risorsa”, “giacimento”, grande e specifico “patrimonio italiano”, “eccellenza nazionale”, è in realtà una grande fabbrica in piena recessione, che perde quote di mercato, importanza internazionale, disperde lavoro e ha ulteriormente precarizzato i propri addetti. Quei ragazzi un giorno o l’altro dovranno andare in pensione , e per loro la natura intermittente del lavoro, unita alla precarietà, presenterà un conto se possibile più salato che ai loro coetanei.

L’artista è prima di tutto un lavoratore, era scritto tra le parole d’ordine degli stati generali della cultura organizzati dal Pd lo scorso anno, banale ma non scontato visto che il riconoscimento del diritto alla disoccupazione per loro è arrivato solo attraverso il decreto Fornero e dopo una complessa e dura battaglia del Pd e delle organizzazioni di categoria. Da qui a un sistema di protezione sociale e gestione del mercato del lavoro c’è un abisso, e intanto anche in molte fondazioni liriche, le realtà più forti e tutelate del nostro paese, lavoratori rinunciano a integrativi, congelano il Tfr, utilizzano la cassa integrazione in deroga (non avendo diritto a quella ordinaria) per far sopravvivere le loro “aziende”.

Industria culturale e industria creativa valgono il 5% del Pil e il 5,6% dell’occupazione: meriterebbero ben altra attenzione politica, generale e per segmento. La cultura è un diritto, ma i diritti per essere tali devono essere fruibili. Se a scuola non si insegna musica, teatro, danza, cinema; se le sale nei centri storici chiudono, i teatri riducono l’attività, le manifestazioni spariscono, che diritto è?

L’era della cultura dell’evento, la retorica della globalizzazione e dell’ampliamento delle opportunità offerte dalla rete hanno nascosto l’allargamento della forbice nelle possibilità di accesso al prodotto culturale. Per rendersene conto è sufficiente prendere, da un lato, il salario medio di un under trenta con famiglia e mutuo, dall’altro il prezzo più basso del biglietto per una rappresentazione teatrale, musicale e d’opera. Il divario tra le opportunità, tra la formazione culturale, gli studi fatti e la reale condizione economica è cresciuto molto in questi anni, e genera risentimento nelle generazioni più giovani e spreco delle migliori risorse del paese.

Questa situazione è frutto del lungo ciclo della destra al governo, del disastro economico-sociale prodotto, della tanta retorica e delle poche riforme di questi anni. Il governo dei tecnici non ha portato alcuna svolta, se qualche cosa è migliorato lo si deve al lavoro del Pd. Al fallimento del liberismo economico si accompagna quello della sua visione della funzione dell’arte e della sua organizzazione. Non è un problema di modo ma di valori e fini, a partire dalla funzione critica dell’arte.

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