Foto di Peter Patau

Napolitano e l’europeismo di maniera

Complice la lunga campagna elettorale, i gravi problemi che affliggono l’Europa sono spariti dall’agenda politica del nostro paese. È pur vero che con grande maestria Mario Draghi è riuscito a costruire un meccanismo che – seppur non ancora utilizzato (e forse proprio per questa ragione) – ha stabilizzato gli spread e calmato la speculazione. Ma i problemi, come ha ricordato lo stesso Draghi la settimana scorsa, restano tutti lì. Come muoversi per uscire da questa situazione insostenibile dovrebbe diventare quindi il principale argomento di discussione dei prossimi mesi. Purtroppo da tempo nel nostro paese non si assiste a un grande dibattito sull’Europa e sul ruolo che l’Italia potrà giocare su scala continentale. Dalla ratifica del trattato di Maastricht in poi ogni tentativo di imbastire una discussione su questi temi è stato quasi sempre trasformato nella richiesta di un atto fede, pro o contro l’Europa, impedendo di fatto che si realizzasse un dibattito chiarificatore sull’effettivo raggiungimento degli obiettivi inizialmente auspicati e sulla compatibilità dell’attuale situazione con l’interesse generale del paese.

Per trovare qualcosa del genere dobbiamo tornare alla fine degli anni Settanta, quando l’Italia si apprestava a fare il suo ingresso in quello che può essere considerato il nobile antenato dell’euro: il Sistema monetario europeo. A colpire – per lucidità di analisi e profondità di trattazione – sono le considerazioni che, il 13 dicembre 1978 nell’aula di Montecitorio, fece l’allora portavoce del Pci nei rapporti con il governo Andreotti: Giorgio Napolitano. Senza dubbio l’attuale presidente della Repubblica parlava in un contesto molto diverso da quello attuale. A quel tempo, come egli stesso riconosceva, non circolavano “pregiudizi anti-europeistici né tradizioni di isolamento, più o meno splendido, dal resto d’Europa, né presunzioni di grandezza nazionale” e il dibatitto pubblico “fra diverse valutazioni dell’esperienza comunitaria e diverse concezioni dell’azione da condurre”, seppur aspro, rappresentava una “naturale manifestazione di vitalità democratica e di ricchezza politica e culturale”.

La decisione del governo Andreotti di aderire immediatamente allo Sme comportò una dura reazione del Pci, il quale evidenziava come l’accordo raggiunto a livello europeo contenesse elementi di debolezza tali da rendere insostenibile nel tempo il nuovo sistema a cambi fissi. Napolitano puntava l’indice sulla “resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie dei paesi della Comunità”. E individuava con grande lucidità il vero equivoco di fondo dell’accordo di Bruxelles: “…se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità […] o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione […] fino alla necessità di adottare drastiche politiche restrittive”.

Questo  equivoco, sottolineava Napolitano, avrebbe determinato il rischio di “veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di veder allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno”. E proprio per evitare questo rischio l’attuale inquilino del Quirinale sottolineava il cambio di rotta dell’esecutivo, ricordando come inizialmente il governo aveva posto “come una delle condizioni non scambiabili con altre, quella del trasferimento di risorse e della revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle economie meno prospere” in modo da “compensare la più rigida disciplina economica comunque implicita nel sistema monetario”, ribadendo che “occorreva procedere simultaneamente nelle diverse direzioni”.

Il Pci e Napolitano non si dimostravano affatto impauriti dalle accuse di voler minare il processo di integrazione europea, che proprio in quegli anni riceveva nuova linfa dopo lunghi anni di involuzione e di crisi. Al contrario, Napolitano sottolineava come la sua contrarietà agli accordi raggiunti fosse motivata dal fatto che si rischiava di “creare gravi problemi ai paesi più deboli” e che la strada prescelta aveva finito per “mettere il carro di un accordo monetario davanti ai buoi di un accordo per le economie”. Insomma, il Pci non negava l’importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria per favorire lo sviluppo del commercio intracomunitario, ma ricordava come le frequenti fluttuazioni dei cambi fossero “il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali”. Allora, come oggi, il problema era sempre lo stesso: si andava creando un accordo monetario con la speranza che gli squilbri macroeconomici fra paesi si risolvessero senza l’intervento di meccanismi compensativi, attraverso le svalutazioni interne nei paesi periferici.

A chi, dai banchi del governo, gli ricordava l’impegno di alcuni governi europei per attuare successive modifiche dell’accordo raggiunto in direzione più favorevole al nostro paese, Napolitano rinfacciava “un telegramma pieno di rassicurazioni del cancelliere Schmidt per invitarci a sciogliere la riserva sul negoziato per i prezzi agricoli e sul pacchetto Mediterraneo” che evidentemente non doveva avere avuto alcun seguito, visto che l’attuale presidente della Repubblica chiedeva ironicamente all’Aula che fine avvesse fatto tale impegno. Una battuta amara, che a distanza di oltre trent’anni – e sulla scorta delle recenti esperienze dello scambio fra Fiscal Compact (già ratificato) e unione fiscale (nemmeno messa in cantiere) – evidenzia come il nostro paese pecchi ancora di ingenuità, mentre la Germania continua a essere piuttosto scaltra nel tutelare i propri interessi nazionali.

Napolitano invitava poi l’aula di Montecitorio ad affrontare il problema dell’Europa sbarazzandosi “di ogni residuo europeismo retorico e di maniera, dando ben altra organicità, forza e coerenza alla presenza dell’Italia nella Comunità”. E, quasi a voler dare il buon esempio, chiariva che nella sua visione la “tutela degli interessi nazionali e l’impegno per il rilancio dell’integrazione europea fanno tutt’uno” e che “l’interesse del nostro Mezzogiorno [dovrebbe coincidere] con la causa di uno sviluppo della Comunità su basi di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche e in direzione delle regioni più arretrate”. Quello che Napolitano non poteva accettare era “una posizione di rinuncia a battersi per la trasformazione della Comunità e dei suoi indirizzi, di sfiducia radicale nel ruolo del nostro paese e di utilizzazione strumentale dei nostri impegni comunitari a fini interni, quali che siano”.

Napolitano rigettava sdegnato “la drammatizzazione gratuita ed esasperata delle scelte che erano davanti al nostro paese”  così come l’idea che “il nostro paese non fosse in grado di porre alcuna condizione e che la sola speranza di salvare l’Italia da sviluppi catastrofici dell’attuale crisi fosse il vincolo esterno”. Al contrario, Napolitano rivendicava con orgoglio come “i partiti democratici, con la collaborazione delle forze sociali e del movimento sindacale seppero assumere impegni severi, che valsero ad evitare il peggio e permisero di conseguire importanti risultati”.

Il Pci non attenuava affatto il suo giudizio sulla “persistente e per certi versi crescente gravità degli squilibri di fondo che minano lo sviluppo economico e sociale del nostro paese” e non negava minimamente “l’acutezza di problemi come quelli della produttività, del costo del lavoro, della competitività”. Al contrario, Napolitano sottolineava come non avrebbe potuto reggere a lungo una “via italiana alla competitività basata sulla svalutazione strisciante, su un alto tasso di inflazione, sull’economia sommersa e sul lavoro nero”. Sebbene non negasse le difficoltà di “trovare consensi nelle parti sociali attorno a comportamenti coerenti con le esigenze del rilancio degli investimenti, di sviluppo del Mezzogiorno e dell’occupazione”, Napolitano invitava a “smetterla di guardare da una parte sola, senza vedere le responsabilità che altre forze si stanno assumendo (parlo delle forze imprenditoriali) con i loro atteggiamenti negativi nei confronti di ogni prospettiva di programmazione e nei confronti proprio delle più qualificate proposte del movimento sindacale”.

Fa davvero impressione leggere quanto trent’anni fa fosse sentito il dibattito sui temi dell’Europa e sul ruolo dell’Italia e degli altri paesi periferici, in particolare in rapporto alla Germania. E sarebbe davvero bello che oggi, in mezzo a una crisi così grave, si potesse assistere a una discussione di questo livello.

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