Al Pd non serve un “segretario di servizio”

Con le dimissioni di Bersani, per il Pd si è posto il problema di trovare un nuovo segretario. Prima proposizione semplice. Lo statuto del Pd prevede che, in caso di dimissioni del segretario, sia l’Assemblea nazionale a scegliere un nuovo segretario. Seconda proposizione semplice. Domani si tiene l’Assemblea nazionale del Pd, che ha all’ordine del giorno l’elezione del nuovo segretario. Terza e ultima proposizione semplice, perché di qui in avanti le cose si fanno complicate. E le complicazioni nascono perché, in primo luogo, si vuole raggiungere un accordo quasi unanime sul nome, che al momento – a quanto pare – non c’è. E, in secondo luogo, perché la débâcle del Pd, prima alle elezioni, quindi nella maniera in cui ha gestito il dopo-elezioni, sollecita il colto e l’inclita a proporre nomi e soluzioni che, curiosamente, col Pd c’entrano poco o nulla. O meglio: col Pd magari c’entrerebbero – oppure ci sono entrati prendendo l’altrieri la tessera (Fabrizio Barca) o dichiarandosi disponibili a riprenderla (Sergio Chiamparino) – ma alle condizioni che dicono loro. Così da ultimo anche Goffredo Bettini, preoccupato e pensoso delle sorti del partito, non ha escluso una sua candidatura, alle condizioni che dice lui. Ma perché le dice, le condizioni? Non ci sono già, non sono quelle delle tre proposizioni semplici di prima? No, non sono quelle. Sono altre, sono quelle che i Cincinnati gentili propongono per mettersi al servizio del Pd. Dopo il governo di servizio, potremmo dunque avere anche i segretari di servizio, che spicciano casa e partito come meglio non si può.

In realtà, questa idea che al Pd serva una guida, una leadership che però col Pd non abbia a che fare si situa nella nobile tradizione dei papi stranieri, che Repubblica inaugurò qualche tempo fa in cerca del leader che avrebbe dovuto guidare il centrosinistra alle elezioni. A sua volta, la figura del papa straniero viene da lontano, da quella altrettanto nobile idea di Repubblica secondo la quale non solo ci voleva un segretario che venisse da nessun dove, ma occorreva ci fosse il partito che non c’era, perché quelli che c’erano non andavano bene. Il partito che non c’è ricercato da Repubblica (senza successo, et pour cause) presupponeva naturalmente che non ci fossero i partiti che c’erano. Siccome però ci si accorse che era oltremodo difficoltoso farne un altro da un’altra parte, si è finito col tenersi quello che c’era, salvo provare a metterci su un cappello che non c’era, cioè un segretario di altra foggia, proveniente da un’altra sartoria. Allo stesso modo, i segretari-che-non-ci-sono di cui si vocifera in queste ore sui giornali presuppongono che non ci siano o non ci debbano essere candidati che siano selezionati dai circoli o dall’Assemblea, che provengano dalle file del gruppo dirigente, che rivendichino con orgoglio l’appartenenza a una storia politica e si mescolino con la vita del partito. No, quello che ci vuole è un candidato che vanti tra le proprie referenze una significativa estraneità alla storia del Pd. Il Pd, di suo, può al massimo esprimere un anonimo coordinatore, un facente veci, un reggente, un traghettatore. Figure, insomma, sufficientemente pallide da preparare il terreno a quelli che non ci sono.

È una storia che va avanti da un pezzo. E che ormai ha messo radici anche dentro il Pd. È, infatti, lo stesso film che si è visto con le primarie: che devono essere uno strumento per aprire il partito alla società, non per mettere da parte il partito. Ed è ancora il film che va in onda tutte le volte in cui si riunisce un organismo dirigente, ed esponenti di spicco del Pd sottolineano la non appartenenza a quel consesso, con ciò nei fatti delegittimandolo (o contribuendo alla sua delegittimazione). Quanto poi alla prima complicazione, quella per cui bisogna eleggere il segretario col voto di tutti, pure quella ha qualcosa di singolare. Non perché l’unità non sia cosa buona e giusta, anzi sacrosanta. Ma un conto è l’unità che viene raggiunta per compiere uno sforzo comune, un altro è l’unanimismo di facciata, che nasconde la debolezza in cui versano ormai tutte le componenti del partito. Meglio l’unità. Ma, se non c’è, è meglio di un finto unanimismo una candidatura autorevole, intorno a cui si raccolga una maggioranza chiara, che sappia peraltro dare garanzie di una gestione condivisa del percorso congressuale. Ed è meglio non perché lo dicono i manuali di politologia, ma perché una cosa così si capisce, tutte le altre no.

Altrimenti mi sia consentito di avanzare una modesta proposta. Di fronte alle insuperabili divisioni interne, e alla crisi che non può attendere, si scelga (però con voce autorevole) un segretario tecnico, oppure una decina di saggi che gestiscano il partito di qui al prossimo congresso.

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