Mille giorni dopo venti anni

Senza dubbio il governo Renzi ha segnato subito una netta discontinuità su questioni importanti di politica economica, a partire dal sostegno al reddito delle fasce medio-basse della popolazione attraverso il bonus di 80 euro. Nel programma dei prossimi mille giorni, stando alla nuova scadenza che il presidente del Consiglio si è dato nel suo discorso di oggi in Parlamento, ci sono però aspetti su cui la direzione di marcia non è ancora del tutto chiara. Il primo è il lavoro.

Con il decreto Poletti e i successivi interventi migliorativi in commissione si è avviato un ciclo riformatore di grande importanza: c’è un disegno di legge delega che andrà riempito e sappiamo dal governo che punterà – fra le altre cose – su un contratto a tutele crescenti capace di stabilizzare progressivamente i rapporti di lavoro, per sottrarre i lavoratori alla micidiale trappola della precarietà. È la direzione giusta. Tuttavia non possiamo dimenticare che c’è tutto un mondo che con le ultime elezioni si è timidamente avvicinato al Partito democratico e che non va deluso. È il mondo dei precari, delle partite iva, dei co.co.pro., dei piccoli artigiani. È una galassia che Andrea Orlando alla festa di Left Wing ha giustamente definito «il nuovo proletariato e sottoproletariato».

Non si tratta di un termine esagerato. Certo, se li osserviamo in una istantanea che catturi la loro situazione attuale, una discreta quota di questi non sembrano nella condizione di Lumpenproletariat. Molti di loro hanno un lavoro e un reddito non del tutto insoddisfacente, una casa in affitto, qualcuno si è avventurato addirittura in un mutuo. Ma è l’incertezza a segnare la loro condizione.  Convivono ogni giorno con l’ansia del contratto, del rapporto di consulenza o di collaborazione sempre in scadenza. E in molti casi devono subire un continuo peggioramento delle condizioni di lavoro perché non hanno alcun potere contrattuale nei confronti dei loro committenti. In questo non c’è distinzione fra dipendenti e autonomi, fra giovani e meno giovani, fra quelli che hanno una laurea e quelli che invece hanno scelto di imparare un mestiere: sono tutti lavoratori subordinati, nel senso che non sono padroni del loro destino.  È a loro che il Partito democratico dovrebbe pensare nel momento in cui andrà a legiferare nei prossimi mesi.

Ma non saranno soltanto norme a tutela del lavoro o l’individuazione di qualche forma di sussidio sociale a farli diventare i nuovi protagonisti dell’economia del nostro paese. E non sarà nemmeno qualche tassa in meno, o la semplificazione burocratica, o qualche incentivo a pioggia. Se nel nostro paese non produciamo uno smartphone, un tablet e ormai neppure un banale televisore, se una parte considerevole del nostro sistema produttivo si è fatto schiacciare sempre più in basso nelle catene internazionali del valore, al punto da trovarsi a competere con i paesi emergenti, non può essere colpa soltanto dell’irap, della burocrazia, dell’articolo 18 e dei lacci e lacciuoli.

In questi ultimi venticinque anni abbiamo smontato pezzo dopo pezzo un sistema produttivo che, pur fra mille contraddizioni, aveva garantito nei primi cinquant’anni di storia repubblicana un balzo in avanti nel benessere e nella qualità della vita di milioni di persone. Ci siamo illusi che lo spontaneismo, il mercato, la deregulation e un surplus di tolleranza sull’evasione fiscale potessero da soli farci andare avanti nella nuova fase, e ci siamo svegliati un quarto di secolo dopo con un paese che fatica, che non produce più reddito, che non garantisce più lavoro, che non è in grado di offrire un futuro ai propri figli.

Nella foga riformatrice dei prossimi mesi non possiamo commettere lo stesso errore fatto vent’anni fa. Non possiamo cancellare la storia economica del nostro paese, per procedere con innesti da esperienze fra le più diverse e spesso inconciliabili. Il problema di questi anni è che il paziente ha avuto una crisi di rigetto. Il sistema produttivo nazionale va ripensato secondo una visione complessiva e non stereotipata.

Due sono le questioni irrinunciabili. La prima è che non si può più prescindere da un ripensamento del ruolo che in questa partita possono giocare banche, istituti di credito e più in generale la finanza. Considerarli come una variabile indipendente, come qualcosa di intoccabile, significherebbe ricadere nel medesimo errore compiuto vent’anni fa. La seconda questione chiama invece in causa gli assetti proprietari e della governance d’impresa.

Ormai a livello internazionale vi è un sostanziale accordo su alcune evidenze empiriche particolarmente rilevanti. La prima è che esiste un forte legame fra produttività e meccanismi di selezione del management di una azienda. La seconda è che padroni e dirigenti troppo anziani tendono a ostacolare la capacità innovativa delle imprese. La terza è che sono proprio la scarsa innovazione e la bassa produttività a spingere le imprese verso relazioni di lavoro più instabili e precarie.

L’Italia purtroppo è messa male su tutti e tre i fronti. Le aziende sono in larga parte a conduzione familiare, l’età media dei proprietari e dei dirigenti d’azienda è molto elevata e la capacità di fare ricerca e innovazione sistematica è scarsa, anche per la larga prevalenza della piccola impresa. Dato questo quadro, appare chiaro che una politica di incentivazione degli investimenti, pur necessaria, rischia da sola di non produrre gli effetti sperati né sulla crescita né sulla stabilizzazione dei lavoratori precari. Come ci ricorda spesso Mariana Mazzucato, solo un intervento pubblico diretto nella ricerca pura e applicata sarebbe in grado di produrre quel balzo in avanti in termini di innovazione e tecnologia capace poi di generare esternalità positive su tutta l’economia nazionale. Un investimento che il paese potrebbe sostenere solo se ci fosse, nel capitalismo italiano, la capacità di autoriformarsi e di produrre un passaggio fra generazioni. La tanto disprezzata politica il suo ricambio lo ha fatto. Una volta tanto dovrebbe essere la società civile a prendere esempio.

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