La sinistra non abita a Tor Sapienza

In un paese nel quale i politici fanno spesso a gara nel dirsi d’accordo con le gerarchie ecclesiastiche, è davvero singolare come le parole pronunciate dal Papa qualche settima fa, durante l’incontro con i movimenti popolari, siano cadute nel vuoto. “Nessuna famiglia senza tetto, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità del lavoro”, ha detto Francesco, esortando i più deboli a non rimanere con le braccia incrociate, ma a organizzarsi per rivendicare diritti, opportunità, maggiore democrazia e nuove forme di partecipazione. Parole semplici ma nette, che hanno anticipato di qualche giorno il violento conflitto esploso a Tor Sapienza, rivolte contro l’assistenzialismo paternalista, il degrado delle periferie, il dramma dei migranti, la vita dell’uomo sottomessa alle logiche del profitto e del denaro. In un’epoca dove la politica confonde la necessità della semplificazione del messaggio con la negazione della complessità, il Papa invitava a volgere lo sguardo oltre l’effimero susseguirsi delle quotidiane mediazioni al ribasso.

Definire ipocrita “chi vorrebbe affrontare lo scandalo della povertà attraverso la promozione di strategie di contenimento e rassicurazione che rendono i poveri solo degli esseri addomesticati e innocui” è un tentativo esplicito di ridare, attraverso la partecipazione, cittadinanza democratica agli esclusi. In un contesto nel quale le istituzioni paiono sempre più lontane dai cittadini, e dalla loro possibilità di incidere nei processi decisionali, il Papa affida la speranza nelle mani dell’uomo che sceglie di interessarsi, nell’accezione di don Milani, e di impegnarsi per l’uguaglianza, contro le ingiustizie. Francesco sa che le strade alternative a questa speranza sono la rassegnazione e la rabbia, che conducono inevitabilmente ai sassi e alle bottiglie contro il centro di accoglienza di viale Morandi, all’odio per il diverso: quel diverso che ruba il lavoro o che ruba e basta, e che sta divenendo il principale strumento di deterrenza, di imbonimento, di distrazione.

La crescita di movimenti sempre più marcatamente razzisti e fascisti in Italia e in Europa, non è altro che l’altra faccia della medaglia di questo tentativo di costruzione del nemico necessario, del diverso cui dare la colpa. E le speculari manifestazioni convocate qualche mese fa dalla Lega Nord a Milano e da Fratelli d’Italia a Reggio Calabria, o la campagna contro Mare nostrum, ne sono la conferma. Se a caratterizzare questa fase sarà la guerra tra poveri, è molto probabile che se ne uscirà solo con una torsione autoritaria – non necessariamente nelle forme ma nella sostanza – da un punto di vista politico e di ancora maggiore iniquità e sperequazione da un punto di vista economico.

Quanto inutili paiono, in questo contesto, le infinite diatribe sulla maggioranza Pd, la minoranza Pd, il Pd che andrebbe dissolto o invece rifondato, i fan del sindacato e i nemici del sindacato, tra quelli che hanno sempre capito tutto e quelli che gli altri hanno sempre torto. Sarà l’ansia dei 140 caratteri di Twitter: c’è spazio solo per le sentenze, immediate e sommarie. Il pensiero è sottomesso alla comunicazione, alla tattica per la tattica, alla battuta facile purché passi, con un titolo su qualche giornale o con qualche like in più su Facebook. Proprio per questo, mentre la disoccupazione giovanile aumenta, lo stato sociale e gli spazi della democrazia arretrano, la rabbia monta, l’apparato industriale pare simile a un deserto dove non pioverà mai più, la destra razzista e populista guadagna terreno costruendo consenso sulla paura e sull’emarginazione, le parole del Papa assumono un valore essenziale.

Gli stessi fatti di Tor Sapienza a Roma dovrebbero chiamare tutti noi a una riflessione più ampia: è surreale la sorpresa con la quale spesso ci si chiede perché l’insofferenza, il rigetto, il malessere – espresso anche dando sfogo agli istinti più bassi – emerga con così dirompente forza. E se è vero che la destra in questi anni ha sbagliato analisi, proposte e ricette, chi è scomparsa in questa crisi, che ha la coda lunga di un ventennio, è la sinistra. Che non è una parola, non è un feticcio e non è nemmeno un cartello elettorale. E’ uno strumento che rappresenta, o dovrebbe rappresentare, quella parte della società che, subendo le conseguenze delle scelte di chi vuole conservare per se stesso rendite e privilegi, prova a organizzare il campo dell’uguaglianza, della redistribuzione, della solidarietà.

Il fatto è che questo campo si è lentamente  dissolto, perso tra improbabili terze vie, nostalgie identitarie e subalternità culturali varie. Perso nei salotti dei quartieri alti, dove ci si ripulisce la coscienza con afflati terzomondisti, ma si ignora la paura dei quartieri periferici, delle strade buie, delle fabbriche che chiudono. Perso nell’idea che occorreva difendere uno status quo, magari migliorandolo “un po’”, anziché rilanciare. Ma per rilanciare e ripartire bisogna prima esserci, dove i problemi esplodono, dove si sa cosa significa vedersi negata una borsa di studio, o versare in tasse la metà dei propri pochi e difficili guadagni, dove partita iva non è una definizione contrattuale ma uno status di sfruttamento, dove la precarietà non è un tema di discussione giuslavoristica ma una condizione di vita. Una condizione che una vita non ti permette di averla. D’altronde, partiti e sindacati, la sinistra se volete, sono nati proprio da qui: dall’unione dei più deboli che scelgono lo strumento della democrazia per chiedere giustizia. Le idee non sono prigioniere di nulla, nemmeno delle parole che le definiscono. Le idee sopravvivono anche all’uso distorto che se ne fa: sono definite dalla realtà che ognuno di noi è chiamato a vivere. E dalla scelta di provare a cambiarla.

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Michele Grimaldi è membro della Direzione Pd Campania

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