L’uomo che fece la rivoluzione al Fmi

La notizia delle dimissioni di Olivier Blanchard da capo economista del Fondo monetario internazionale chiude una stagione davvero eccezionale per l’istituto di Washington, e non solo perché il suo mandato finisce così per coincidere con quello della più grave crisi economica dagli anni trenta. Quando, sette anni fa, Blanchard varcò il portone del Fmi, la credibilità dell’istituzione era infatti ai minimi storici. Lo scoppio della crisi aveva già dimostrato l’inconsistenza delle analisi e delle ricette di politica economica predicate con invidiabile ostinazione nel trentennio precedente. Inoltre l’indagine dell’Independent evaluation office sulla qualità, la rilevanza e il profilo della ricerca nel periodo compreso fra il 1999 e il 2008 aveva gettato una luce sinistra sull’attività del centro studi interno.

Gli stessi economisti del Fondo, interpellati attraverso un questionario anonimo, avevano in larga maggioranza ammesso di aver più volte avvertito la necessità di allineare le conclusioni del proprio lavoro a quelle dell’istituzione, facendo dipendere le raccomandazioni di politica economica contenute nei propri articoli non dall’attività di ricerca, ma dalla linea politica del Fmi. Un comportamento che, sempre secondo i ricercatori del Fondo, trovava la sua massima espressione proprio nelle principali pubblicazioni dell’organizzazione, ovvero il World economic outlook e il Global financial stability report.

L’attività di ricerca, più che partecipare alla definizione delle linee guida dell’attività del Fondo, ha finito così per esserne pesantemente condizionata. Fissati gli obiettivi di politica economica e spesso addirittura gli strumenti, ai ricercatori non restava altro compito che elaborare dei modelli che conducessero a quei risultati. Disciplina fiscale, tagli alla spesa pubblica, riduzione delle aliquote sui redditi più alti, liberalizzazioni dei mercati dei capitali, privatizzazioni e deregulation costituivano un’agenda di politica economica a cui la ricerca si doveva attenere.

Dire che durante il suo settennato Blanchard è riuscito a ricostruire la credibilità della ricerca condotta dal Fondo sarebbe però riduttivo. Blanchard è riuscito ad allargare via via il campo da gioco, fino ad aree che da tempo non avevano più cittadinanza nel salotto buono della teoria economica. In questi ultimi anni temi come i vincoli ai movimenti di capitale internazionali, l’intrinseca instabilità dei mercati finanziari e il ruolo positivo della politica fiscale e redistributiva – solo per citarne alcuni – sono usciti dai circoli ristretti in cui erano stati confinati e rappresentano la sfida principale che gli studiosi devono affrontare. Se oggi Thomas Piketty può atteggiarsi a star internazionale lo deve anche a chi in questi anni ha sdoganato l’idea che una eccessiva diseguaglianza nella distribuzione di redditi e ricchezza non rappresenta soltanto un problema morale, ma fa diminuire il tasso di crescita di lungo periodo di un’economia.

Chi non sembra ancora avvantaggiarsi di questa ritrovata centralità dei temi sociali nel dibattito pubblico sono paradossalmente le forze progressiste europee. La discussione sul rilancio della crescita in Europa continua a ruotare intorno al taglio dei costi di produzione o – nella migliore delle ipotesi – a qualche forma di incentivazione agli investimenti, mentre di redistribuzione e di riduzione delle diseguaglianze non vi è traccia. Nessuno ha neanche provato a discutere di una maggiore progressività delle aliquote fiscali capace di sostenere stabilmente il reddito della classe media nel lungo periodo, per non parlare di una traslazione dell’imposizione fiscale dal reddito al patrimonio. Paradossalmente, sembra che le parole d’ordine del trentennio liberista alberghino ormai più nella testa dei dirigenti progressisti che nelle stanze del Fondo monetario internazionale.

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