Roma non ha tempo per la cultura

Dallo tsunami di notizie che sommerge i giornali e la rete sulle sorti di Roma è totalmente assente il tema della cultura. E questo, purtroppo, non ci stupisce più. D’altro canto nel bel paese là dove ‘l sì suona, nella patria di santi, poeti e navigatori, di cultura e beni culturali si parla quasi solo quando ci sono le assemblee sindacali del Colosseo, per qualche modifica normativa che rischia di rimettere in gioco l’intero sistema di tutela o per la chiusura di un cinema o di un teatro che indigna a tempo determinato. Di politiche culturali si parla pochissimo, solo in alcuni circoli ristretti e semi clandestini e, preferibilmente, in inglese. Il che rende, forse, meno oziosi i miei dubbi e le mie domande. Perché, tornando alla questione romana, io non capisco quale sia l’idea di città presente e futura che dovrei intravedere dalle politiche culturali dell’amministrazione comunale. Io non capisco quale sia il programma, il progetto, l’orizzonte teorico e pratico sotteso alle azioni dell’assessorato alla Cultura. Non lo capisco e credo, temo, di non essere l’unica.

Non sto parlando di risultati tangibili: non mi aspettavo che Roma in un paio d’anni si trasformasse nella Scuola di Atene, nella Firenze quattrocentesca, nella Parigi dell’inizio del Novecento e neanche nella Swinging London degli anni sessanta e, tutto sommato, neanche me lo auguravo. Perché il problema non è cercare un illustre modello, nato altrove, al quale rifarsi, qui e ora. La questione, piuttosto, è capire quale può essere il ruolo della cultura per questa città oggi e nel futuro. Perché anche l’idea di riproporre il “modello culturale Roma” sperimentato negli scorsi decenni, peraltro con discutibile successo, è il sintomo di una resa da parte dell’amministrazione e della politica. La Roma degli anni dei sindaci di centrosinistra era una città molto diversa da quella attuale: produceva Pil, l’allarme sociale era ai minimi storici, i romani si sentivano tolleranti e accoglienti, si spendeva e girava tanto denaro. I quartieri della periferia storica (Pigneto, Torpignattara, Centocelle) si trasformavano grazie all’arrivo di studenti, giovani e creativi – in cerca affitti bassi – che riuscivano a muovere e stimolare non solo l’economia della città, ma anche i suoi consumi culturali, finanche quelli eterodossi e innovativi. In quegli anni sulla cultura si sono riversati tanti soldi grazie a un bilancio comunale assai più robusto di quello attuale ma anche per precise scelte che mettevano la cultura se non al centro, almeno non ai margini dell’agenda politica delle amministrazioni.

Tuttavia quelle politiche, attive, vivaci, talvolta anche innovative, non hanno generato risultati duraturi e sono state travolte, senza soverchi problemi, dall’indimenticabile quinquennio di Alemanno. Il ripetersi di un’offerta culturale troppo “eventistica” e tutta “top-down” (dalle istituzioni pubbliche produttrici/distributrici ai cittadini consumatori) e la burocratizzazione della “rivoluzione culturale permanente” avevano contribuito a spianare la strada al taglio delle risorse, alla banalizzazione dei programmi e all’uso talvolta gravemente distorto della cultura per finalità clientelari – le assunzioni scriteriate non si sono fatte solo in Atac e Ama – dei cinque anni del centrodestra: tutto questo senza che le piazze si riempissero di cittadini (e neanche intellettuali) indignati.

Forse anche perché i quindici anni di centrosinistra non erano riusciti (e forse non avevano neanche provato) a far crescere una solida rete di imprese culturali il più possibile autosufficienti e autonome, per quanto ciò sia possibile, dai finanziamenti pubblici. Ma, quel che è peggio, non erano stati in grado di fidelizzare i romani agli spettacoli, ai musei, alle serate al cinema, ai concerti, ai festival letterari, alle biblioteche: la cultura, dopo tre lustri di governo di centrosinistra, non era riuscita radicarsi, nella coscienza dei cittadini di Roma, come un diritto, uno dei servizi essenziali e irrinunciabili, per cui vale anche la pena di spendere dei soldi.

Ha senso, dunque, riproporre oggi un modello vecchio di venti anni quasi come se le politiche culturali fossero come un carattere immutabile e trascendente del governo della città? È concepibile oggi pensare di governare Roma con politiche culturali svincolate da temi come l’integrazione, l’accoglienza e l’accesso per tutte le categorie di cittadini? È giusto continuare a imporre scelte culturali orientate solo all’evento, all’esperienza istantanea e straordinaria, all’emozione passeggera, alla sindrome di Stendhal a uso turistico, ma che non sono in grado di innescare processi, partecipazione, creazione, fruizione e produzione diffusa, di fornire ai cittadini strumenti di decodificazione dei fenomeni culturali?

Ecco, io credo che per un individuo o per una comunità non ci sia nulla di peggio che smarrire il senso del proprio agire, perdere di vista il proprio progetto. Credo che Roma abbia perduto da diversi anni il proprio orizzonte ideale, anche e soprattutto perché ha perso di vista la sua vocazione culturale che, per duemilacinquecento anni, ne ha fatto una città contemporanea capace di nutrirsi del passato, di ricostruirsi sulle proprie rovine, di reagire alla propria eternità proprio grazie alla sua capacità di mutare con i tempi, di consumarsi e di trasformarsi ogni volta. Ce la faremo, dopo aver risolto i problemi della spazzatura, degli autobus, della metro, dell’Acea, degli assessori, dei camion bar, del debito, delle buche nelle strade, dei cda, dei commissari, del decoro, delle strisce blu (etc, etc…) ad affrontare anche il tema dell’anima culturale di questa città? E soprattutto, quando si troverà il tempo, saremo ancora in tempo?

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