Si potrebbe fare tutti la guerra mondiale

Il dibattito aperto dagli attentati di Parigi non è cominciato nel modo più incoraggiante, tra quelli che riscoprivano Oriana Fallaci e quelli che piangevano solo per i morti di Beirut, con la destra che evocava lo scontro di civiltà e la sinistra radicale che elencava qualunque altro massacro compiuto in Medio Oriente fino a oggi, e di cui fino a ieri non si era minimamente curata, con lo stesso tono con cui dopo l’11 settembre cominciò a ripetere che bisognava ricordare pure l’11 settembre cileno del ’73. E con fior di scrittori, giornalisti e intellettuali di tutti gli orientamenti a profetizzare l’esplosione della terza, quarta o quinta guerra mondiale, per vedere di nascosto l’effetto che fa.

In questo quadro non proprio entusiasmante ha fatto eccezione, per fortuna, l’articolo del nostro amico Raffaele Alberto Ventura su Prismo, che ci ricorda due cose importanti. La prima è che il terrorismo punta sempre a suscitare una rappresaglia, perché il suo obiettivo è conquistare l’enorme massa delle potenziali reclute, molto superiore al numero degli attuali effettivi, anche nelle città occidentali. La seconda, collegata alla prima, è che “bisogna pensare a quello che successe negli anni di piombo in Italia: le Brigate Rosse non sarebbero potute esistere se non fossero state avvolte da vari strati di connivenze, affinità, complicità, amicizie, appoggi esterni, giustificazioni”. Dunque è innanzi tutto su questo fronte interno, e sulle sue articolazioni, che occorre concentrarsi, se il nostro primo obiettivo, come è naturale che sia, è difendere la nostra sicurezza e la nostra libertà.

Il problema è che il parallelo con gli anni settanta, a nostro parere, non illumina solo l’articolazione del fronte nemico. Quel che intendiamo dire è che allora, se da una parte c’erano movimenti e organizzazioni più o meno collaterali, cui ruotavano attorno intellettuali e politici vicini se non complici, dall’altra parte c’erano, ancora e nonostante tutto, grandi partiti popolari come il Partito comunista di Enrico Berlinguer e la Democrazia Cristiana di Aldo Moro, che si dividevano da soli oltre il settanta per cento dei voti degli italiani. C’erano sindacati al massimo della loro forza, come la Cgil di Luciano Lama. Accanto ai tanti segni di crisi e alle tante spinte centrifughe c’erano insomma anche argini molto robusti. E oggi? Con tutto il rispetto per tutti – partiti, sindacati, associazioni – l’impressione è che il grado di preparazione del nostro paese sia parecchio al di sotto di allora, e anche del necessario.

È vero che la minaccia del terrore islamista, a differenza di quella brigatista, riguarda il mondo intero e non solo l’Italia. Ciò non toglie che nel discutere il grado di preparazione del nostro paese a fronteggiarla dovremmo considerare anche la solidità del nostro sistema politico e del nostro dibattito pubblico, cioè la capacità della società italiana nel suo insieme di confrontarsi con la minaccia senza perdere la testa. Non è in discussione la posizione del governo, che si è mosso finora con responsabilità e saggezza, in continuità con quella che è da sempre la posizione tradizionale della politica estera italiana. Il problema è che la battaglia decisiva, quella sulla mobilitazione delle coscienze, non si giocherà né al tavolo dei vertici internazionali, né sul terreno dei combattimenti, ma in casa nostra, nelle periferie delle grandi città occidentali, lungo il non facile confine in cui si toccano – rischiando di confliggere – integrazione sociale e rispetto della differenza culturale. Una battaglia in cui il senso di responsabilità di intellettuali e commentatori sarà tanto importante quanto quello dei politici. E i politici di cui ci sarà bisogno non saranno solo quelli capaci di parlare in televisione, ma anche quelli capaci di parlare nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nei luoghi di ritrovo, nelle strade e nelle sezioni. Perché sì, ci sarà bisogno anche di sezioni.

La battaglia non sarà vinta né con le bombe né con i proclami dall’alto, ma con la partecipazione popolare, se saremo ancora in grado di suscitarla, ed è per questo che oggi è più che mai urgente ricostruirne almeno i canali fondamentali. Alla modernizzazione e alla disintermediazione del terrore bisognerà dare la risposta antica, solida e organizzata, che la società italiana seppe dare a suo tempo al terrorismo politico. Una risposta fatta di apertura culturale e integrazione sociale, ma anche di vigilanza e ordine democratico, per restare alle parole di quegli anni. Considerato il quadro a dir poco desolante offerto attualmente dal sistema politico e dalla cosiddetta società civile, è inutile nascondersi il fatto che buona parte dello sforzo dovrà venire dal Partito democratico. A condizione che il Pd ponga fine a quel grottesco processo di autodissoluzione che continua a corrodere il poco che resta dell’eredità organizzativa delle grandi tradizioni politiche che gli diedero vita. Se infatti è vero che il terrore si sconfigge innanzi tutto con la cultura, come ama ripetere il nostro presidente del Consiglio, allora c’è più che mai bisogno di dirigenti consapevoli di quanto costruire un grande partito non sia un lavoro di organizzazione, ma anzitutto un’opera di cultura. Nei momenti di crisi, infatti, sono le parole giuste a trovare gli uomini giusti, al posto giusto e al momento giusto. Mai il contrario.

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