Il partito della passione

Tutti coloro che contestano da sinistra il governo Renzi dovrebbero rispondere a una domanda: esiste una combinazione alternativa di politica economica, riforme istituzionali, posizionamento nel rapporto con l’Europa e con il mondo che possa realisticamente offrire migliori risultati all’Italia, a lavoratori e disoccupati, a giovani e anziani, in termini di maggior reddito e minori diseguaglianze, garanzie sociali e diritti civili? Non si tratta di una domanda retorica, ma di un invito alla discussione, alla valutazione razionale di costi e benefici delle possibili alternative. Se si ritiene che una diversa combinazione di quegli elementi permetterebbe di ottenere, ad esempio, più ampi margini di flessibilità sui conti, maggiori o più rapidi investimenti europei sul modello del piano Juncker, o ancora una migliore condivisione del peso dell’immigrazione, è giusto che se ne discuta nel modo più approfondito. Se si ritiene che questi o analoghi risultati potrebbero essere ottenuti con una politica più aggressiva o invece più duttile, o magari semplicemente uscendo dall’euro, di nuovo, è bene che se ne discuta, apertamente e senza pregiudizi, analizzando freddamente la concreta praticabilità e le ragionevoli probabilità di successo di ciascuna di queste strade. A partire, va da sé, da un’attenta valutazione degli attuali rapporti di forza, in Europa e soprattutto in Italia. Perché alla fine molte di queste domande si riducono a una sola, e cioè se si pensa che in questo parlamento sia possibile costruire una diversa maggioranza, o che da questa stessa maggioranza si possa ottenere di meglio e di più. Se coloro che contestano da sinistra il governo Renzi, fuori e dentro il Pd, sono in grado di presentare una ragionevole ipotesi alternativa, lo facciano. È tutta salute.

È invece incomprensibile la polemica sul ruolo di Denis Verdini. Non solo perché non è certo una novità. Non solo perché molti di coloro che oggi agitano questo feticcio polemico hanno passato gli ultimi quindici anni a rispondere ad analoghe accuse (ad esempio ai tempi della bicamerale) e dispiace vederli ora accodarsi per ultimi a certi tardivi girotondi. Ma anzitutto perché la contestazione di una simile dinamica, tipica della democrazia parlamentare, è in contraddizione con la polemica di quelle stesse forze contro l’Italicum e il suo premio di maggioranza. Per non parlare poi della richiesta di spostare quel premio dal partito alla coalizione, che non per niente è anche la richiesta di Verdini, come di tutti gli attuali, passati e futuri leader di micropartiti personali interessati a conservare in eterno il proprio potere di ricatto. Ciò non toglie che le ricorrenti e ambigue prese di posizione intorno al cosiddetto partito della nazione rappresentano un problema politico, che non può non suscitare preoccupazione. Il modo stesso in cui la campagna referendaria è stata impostata è un segnale in questa direzione. Ma il problema, al fondo, pare essere tutto qui: se Matteo Renzi voglia essere il leader della sinistra che conquista il centro, o se preferisca essere il leader del centro che ha conquistato la sinistra. È evidente che nel secondo caso non potrà non scontrarsi con opposizioni sempre più radicali, e non solo alla sua sinistra.

Personalmente, penso che sarebbe interesse di Renzi resistere alla tentazione di presentare la battaglia politica come lo scontro mortale tra un indistinto partito del buon senso da un lato e un non meno indistinto partito dello sfascio dall’altro. Anzitutto perché, messa così, temo che in Italia vincerà sempre il partito dello sfascio. E in secondo luogo perché l’idea stessa di un partito del buon senso è incompatibile con qualunque forma di partito organizzato, che per durare un po’ più di una campagna elettorale deve pur avere un nucleo di idee e simboli che lo distinguano dagli altri, che sollecitino adesione e senso di appartenenza, che mobilitino e motivino il suo popolo. Il partito della nazione, insomma, è il contrario del partito della passione. E senza una passione comune è difficile tenere insieme anche il più piccolo dei movimenti, figurarsi il primo partito d’Italia. Ma di un partito e dei suoi militanti si ha bisogno, ora più che mai, nella campagna elettorale amministrativa e in quella referendaria. Forse allora più che una moratoria sul dibattito interno, dentro il Partito democratico, ma anche tra Partito democratico e intellettuali, servirebbe un dibattito diverso, più misurato nella forma e più radicale nella sostanza.

Alfredo Reichlin da tempo indica come il problema centrale di questo governo stia nella ristrettezza della sua base politica. E invita il Pd a coinvolgere nel suo progetto di cambiamento del paese una più larga parte delle classi dirigenti italiane, o se si preferisce dell’establishment. La mia impressione, però, è che negli ultimi venti anni il problema della ristrettezza delle basi politiche e sociali dei governi di centrosinistra non sia dipeso da scarsità di classi dirigenti, ma semmai di classi popolari. E che da lì sia venuto anche quell’incredibile e poco studiato 25 per cento andato a Grillo alle elezioni del 2013, dopo un anno e mezzo di governo Monti. Ragion per cui non mi persuade l’idea che per uscire dalle attuali difficoltà occorra una sorta di patto con l’establishment, che da molti elettori verrebbe visto semplicemente come un patto tra due pezzi di establishment. E tuttavia rimane l’esigenza di riaprire un dibattito anche con quella parte delle classi dirigenti e del mondo della cultura tradizionalmente schierata a sinistra che oggi sembra aver maturato una distanza non solo politica, ma quasi antropologica. È una sindrome antica, da cui può prendere avvio una dinamica distruttiva, che nella storia d’Italia si è sempre conclusa con la comune rovina delle parti in lotta. Sarebbe bene, se possibile, fermarla sul nascere. È l’ora delle persone di buona volontà.

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