In piena facoltà, Egregio Segretario

Il 4 dicembre voterò Sì. Per ridurre i costi della politica? No, non direi. Io credo nel costo della politica, anzi vorrei stipendi più adeguati, ad esempio per i consiglieri comunali e per il loro lavoro (che è molto serio, a volerlo fare seriamente), e vorrei un Paese in cui in trasparenza e con le dovute regole si possa essere fieri del budget destinato alla crescita dei partiti e della politica. Perché poi arriva il miliardario ossigenato di turno che per solleticare i bassi istinti si riduce lo stipendio da eletto (e sai che sforzo, poverino) o salta fuori un Brunetta a dire che lo stipendio dei parlamentari dovrebbe essere uguale a quello percepito nella vita fino all’elezione: se sei un impiegato 1300 euro; se sei un armatore navale un milioncino di euro al mese può andare? (e quest’uomo molti anni fa era anche Socialista!)

Allora perché voto Sì? Per l’abolizione del Senato, del Cnel e tutto il resto? Certo, anche. Ma soprattutto, voto Sì per tutta la strada fatta fino a qui (e non è stata una passeggiata, compagni). Mi spiego meglio: nel 1977 (non spaventatevi, non la prendo larghissima!) nel 1977 Eugenio Finardi pubblicò il 33 giri Diesel; tra le varie canzoni poi divenute di successo il disco conteneva un brano “minore” destinato a non scalare le vette delle classifiche, intitolato Tutto e subito: «Non senti gridare per le strade della città? Tutto e subito voglio avere… tutto e subito mi devi dare…». Eravamo nel pieno della stagione confusa, violenta e triste degli Autonomi, degli Indiani Metropolitani, delle svariate (e presto avariate) sinistre extraparlamentari che accusavano il Pci di essere “egemone” e reazionario. «Tutto e subito» era lo slogan degli espropri proletari, la title song della weltanschauung in voga nei circoli gruppettari: basta chiacchiere, trattative e mediazioni politiche, rivoluzione! Vogliamo tutto e subito! Avevo sedici anni, ascoltavo anch’io Diesel di Finardi e partecipavo confusamente ma virilmente alla fragile speranza che non saremmo morti democristiani. E mentre a sinistra come al solito ci si picchiava fraternamente sotto la cintura, Aldo Moro e Berlinguer cercavano di mettere insieme i pezzi di un disegno politico che non avrebbe certo consegnato ai cittadini quel velleitario tutto e subito, ma mirava a creare le condizioni per un percorso di riforma sostanziale del Paese.

Insomma, mentre ancora si cantava «tutto e subito», di lì a breve la strage di via Fani con il sequestro Moro, l’appello accorato di un Papa sconfitto e la Renault 4 Rossa abbandonata in via Caetani arrivarono a stroncare quel tentativo. La mia generazione è tecnicamente finita lì dal punto di vista delle prospettive reali di un vero e profondo cambiamento. E non lo dico per compiangermi/ci, è un secco dato della realtà: perché il giorno dell’uccisione di Aldo Moro il Paese intero fece di colpo marcia indietro, e rapito da una macchina del tempo ostile ci trascinò tutti in un lungo tunnel buio attraverso il terrorismo, planando sul craxismo e il pentapartito, per slittare poi in testa coda lungo lo svincolo di Tangentopoli e saltare contromano sul raccordo stradale di Capaci nel più che ventennio berlusconiano, appena rischiarato per un istante da due illusori goal da fuori area di Romano Prodi (con in mezzo l’autogol di Bertinotti) e farci infine schiantare contro il muro del presente attuale, nella non vittoria tra populismi locali e transnazionali, streaming solo annunciati, derive dei social network e retorica sulla casta sparsa a piene mani. E intanto le differenze sociali si esasperano, i conflitti di interesse si globalizzano, la finanza tracima ovunque sotto gli occhi di tutti, enormi masse migrano (anzi fuggono), e il grande capitale fomenta indisturbato la quotidiana guerra planetaria tra poveri. La lotta di classe a pensarci bene non è per niente archiviata e «grandissimo è il disordine sotto il cielo».

Che facciamo? Personalmente io non ero per il tutto e subito nel 1977 (va bene chiedere 100 per avere 30, ma chiedere TUTTO è come chiedere nulla) come oggi non sono per il NIENTE E MAI di uno Status Quo Mondiale che “i movimenti dal basso” combattono solo a parole. Io sono ancora di sinistra come allora e ho continuato ad aspettare sugli spalti della Fortezza Bastiani il baluginare di un cambiamento come un cane da palude aspetta il passaggio delle folaghe nella nebbia. E nella nebbia ecco che ora s’avanza all’orizzonte un lontano e tenue Sì dell’Avvenire. Pallido certo, ma visibile. Qualcosa prova a rimettersi in moto? Beh, non farò il disertore, e in piena facoltà, Egregio Segretario, le dico che dopo tutta questa strada in salita io questo Sì lo voterò. Vado per l’ennesima volta a “vedere” al tavolo da gioco se le carte finalmente non sono truccate. E sappia che in passato per troppe volte mi è stato proposto, nel segreto della cabina elettorale, di scegliere tra una sciatica cronica e un colpo della strega fulminante. Per questo oggi mi permetto di porre due modeste condizioni per il mio voto: la prima è che il 5 dicembre l’eventuale vittoria del Sì rappresenti non un punto di arrivo, ma l’avvio di un lavoro serio e credibile di cambiamento senza tregua della società italiana; la seconda è che, qualora dovesse vincere il Sì, niente trionfalismi personali, vendette e perdite di tempo su risentimenti e “compagni che sbagliano”: testa bassa e lavorare. Se possibile, tutti insieme.

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