L’urgenza di riformare una pessima riforma

Sono stato eletto sindaco della mia città, Lugo di Romagna, nel maggio del 1993, quando c’erano ancora i gruppi Pci e Dc (il consiglio comunale era stato eletto prima del congresso di Rimini). Dal 1990 al 2001 ho vissuto l’unico ciclo di riforme istituzionali di questo paese. Nel ’90 si vara la legge 142, «Ordinamento degli enti locali», attesa dalla nascita della Repubblica, poi la 241, «Riforma del procedimento amministrativo» e infine nel 1993 l’elezione diretta dei sindaci. Finalmente si dava corpo a quanto scritto nella Costituzione e si sanciva il ruolo dei comuni a fondamento della nostra repubblica.

Ordinamento, amministrazione, elezione: avevamo la sensazione di cambiare finalmente lo stato italiano, il Pci vinceva la battaglia sull’importanza delle autonomie locali, la centralità dei comuni, del buon governo locale. Pura connessione con la storia d’Italia. Dieci anni dopo a dominare la scena era la retorica della Lega Nord, di Gianfranco Miglio e Umberto Bossi. Ne uscì la riforma del Titolo V, più che un nuovo e meglio ordinato assetto dello stato, una specie di “federalismo di sinistra” messo in campo dai governi di centrosinistra per contenere la crescita della Lega Nord. Non a caso la legge non sciolse alcun nodo storico, dal bicameralismo paritario all’abolizione delle province (naturale visto il nuovo ruolo dei comuni). Provò a limitare le competenze dello stato, ampliò il ruolo delle regioni che dalla gestione dovevano passare al governo, dalle delibere alle leggi, dal consiglio regionale all’assemblea legislativa.

Trattandosi di un disegno artificiale, avulso dalla storia d’Italia, tale fu anche la soluzione individuata per i conflitti di attribuzione: la competenza concorrente, tipico caso di italianissima, brillante mediazione semantica dai pessimi esiti reali. Allo stato la tutela, alle regioni la valorizzazione dei beni culturali. Il massimo del contorcimento mentale e legislativo. A molti, come me, appariva nonostante tutto una buona cosa. Certo, si rischiava di mettere in crisi il principio di universalità dell’assistenza sanitaria, non avendo previsto l’intervento suppletivo dello stato per garantire livelli minimi di assistenza; si apriva chiaramente un’epoca di conflitti tra stato e regioni, queste ultime aumentavano significativamente potere e risorse, ed era evidente che non ne erano all’altezza, o almeno non tutte.

A distanza di quindici anni il bilancio è decisamente negativo. Il 4 dicembre votare sì e riformare la seconda parte della Costituzione, dal mio punto di vista, corregge quel peccato di subalternità alla cultura leghista, ridà spazio ai comuni e al processo di aggregazione o fusione che faticosamente si è avviato (l’unico in grado di salvaguardare l’Italia dei comuni delle mille specificità con il principio di adeguatezza delle strutture amministrative), semplifica l’assetto dello stato e i tanti conflitti di competenza che hanno impegnato la Corte costituzionale in questi anni. In materia di spettacolo questa è stata una costante. Il bicameralismo paritario è complice della mai approvata legge quadro sullo spettacolo dal vivo, arenatasi in parlamento nella scorsa legislatura.

Il 4 dicembre nella scheda troveremo un sì e un no di merito e di valenza politica: cambiare o conservare, rimandare o aprire una stagione nuova. Nel 1974 ero un ragazzo, detestavo Marco Pannella come il 99 per cento dei comunisti (l’1 per cento non sapeva chi fosse), ciò nonostante ci impegnammo per vincere il referendum sul divorzio, vincemmo e l’Italia cambiò. Lo dico a chi, per usare un eufemismo, non ama Renzi. I leader passano, i cambiamenti restano e lavorano.

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