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Credit: Foto di oay ausama

Come cominciò la lotta ai genocidi

Le categorie di genocidio e crimine contro l’umanità sono gli strumenti con cui si è cercato di contrastare le peggiori atrocità del ventesimo secolo attraverso il sistema di giustizia penale internazionale. Due categorie di reato elaborate al processo di Norimberga per punire i crimini nazisti e oggi applicate dalle Corti penali internazionali nei confronti di dittatori, capi di Stato, gerarchie militari. Il genocidio consiste in atti criminali commessi con l’intenzione di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico o religioso; i crimini contro l’umanità invece sono commessi come parte di un attacco generalizzato e sistematico contro la popolazione civile. Philippe Sands è un avvocato anglo-francese, professore allo University College London, che ha partecipato ad alcuni dei principali processi celebrati per questi crimini e in East West Street (pubblicato da Weidenfeld & Nicolson) racconta le origini delle relative categorie di reato, insieme alle vite dei giuristi che le hanno elaborate, Raphael Lemkin e Hersch Lauterpacht.

La storia di questo libro comincia con un invito che Sands riceve per tenere una conferenza nella città ucraina di Lviv su genocidio e crimini contro l’umanità nella giustizia penale internazionale. Lviv – o Lemberg, Lwov, Leopoli – è una città che, dal 1914 al 1944, ha cambiato controllo per otto volte. Dopo la prima guerra mondiale diventa parte della Polonia indipendente, fino all’occupazione tedesca nel 1941, che ne farà la capitale del distretto della Galizia. Sands accetta, non perché muoia dalla voglia di tenere quella conferenza, ma per una ragione personale: Lviv era la città natale di suo nonno, Leon, e la sua intenzione è quella di svolgere una piccola indagine e colmare il silenzio assoluto che regna nella sua famiglia su tutto quanto avvenuto prima del 1945. Perché nel 1939 Leon abbandonò Vienna per Parigi separandosi da sua moglie e da sua figlia Rita – la madre di Sands – che aveva poco più di un anno? Chi porterà la bambina a Parigi separandola dalla madre e chi la accudirà fino all’agosto del 1942, quando finalmente si riuniranno? Ma quella che doveva essere una ricerca personale prende una piega inaspettata. Preparando la conferenza, Sands scopre tre cose sorprendenti: la prima è che a Lviv ha vissuto e studiato Hersch Lauterpacht, uno dei padri del diritto internazionale e dei diritti umani, l’uomo che ha elaborato il concetto di «crimine contro l’umanità» nel processo di Norimberga. La seconda scoperta sorprendente è che a Lviv ha vissuto e studiato anche Raphael Lemkin, il giurista polacco che ha inventato il concetto di «genocidio» e lo ha introdotto al processo di Norimberga. La terza scoperta di Sands è che a Lviv, di tutta questa storia, nessuno sapeva niente.

È da questi tre uomini, e dalle rispettive storie di ebrei nell’Europa che soccombe al nazismo, che muove una ponderosa ricerca sulla nascita e l’elaborazione delle categorie di crimine di guerra e di genocidio, e sui crimini e le responsabilità del Reich. Lemkin e Lauterpacht parteciperanno al processo senza conoscere le sorti delle loro famiglie rimaste nella Polonia occupata. Solo nel corso delle udienze scopriranno il loro destino, l’annientamento, e troveranno il responsabile seduto sul banco degli imputati: il suo nome è Hans Frank. Avvocato personale di Hitler, Frank diventa uno dei giuristi più eminenti del Reich e viene nominato plenipotenziario della Polonia occupata. Il 1° agosto del 1942 Frank tiene un discorso all’università di Lviv, in cui annuncia la liquidazione di tutti gli ebrei della città: dopo poche settimane le famiglie di Leon, Lauterpacht e Lemkin non esistono più, insieme ai 110.000 ebrei che abitavano a Lviv prima della seconda guerra mondiale.

Una fotografia senza nome, un nome senza un volto, un biglietto di auguri, sono le tracce e i vuoti attorno ai quali Sands ricostruisce gli avvenimenti della sua famiglia, in una serie impressionante di intrecci; in parallelo emergono le storie personali di Lauterpacht e Lemkin, la fuga da Lviv verso l’America e la Gran Bretagna per sfuggire ai primi germi di antisemitismo, e il complesso lavoro che li porterà a gettare le basi della moderna giustizia penale internazionale. Due visioni contrapposte – tutela dei gruppi o tutela degli individui? – finalizzate a un unico obiettivo: fornire una cornice giuridica all’indicibile.

Sands offre però un altro punto di vista. Nel corso delle ricerche entra in contatto con due uomini: Niklas, il figlio di Hans Frank, e Horst Wächter, figlio di Otto von Wächter, governatore della Galizia – regione in cui si trova Lviv. Due uomini agli antipodi: Niklas condanna senza pietà il padre, parla di Norimberga come di un evento felice per sé e per l’umanità, e porta sempre in tasca una foto del cadavere di suo padre, «per essere sicuro che sia davvero morto»; all’altro polo Horst, che invece suo padre lo difende, incapace di riconoscerne le responsabilità. Non condivideva quella politica, era parte di un sistema di cui i veri responsabili sono stati individuati e a cui non poteva opporsi, dice Horst, replicando la difesa di molti gerarchi nazisti e riproponendo lo scontro tra responsabilità individuali e responsabilità collettive.

L’aula n. 600 del tribunale di Norimberga è il luogo in cui le vite dei personaggi si incrociano in modo definitivo. La famiglia di Leon nel 1939 conta 84 membri in Lviv ma nel 1945, quando si celebra il processo, Leon è l’unico sopravvissuto. Lauterpacht partecipa al processo con il prosecutor team inglese, elaborando il concetto di crimine contro l’umanità, uno dei reati per cui i gerarchi verranno condannati, mentre Lemkin esercitò una pressione incessante su Robert Jackson perché il genocidio fosse riconosciuto come il principale crimine dei nazisti, tra le perplessità degli americani segregazionisti e dei colonialisti britannici. Hans Frank è condannato a morte, e in lui non c’è banalità del male, non la si ritrova nelle migliaia di pagine dei suoi diari usati come prova a Norimberga e da cui emerge una nitida consapevolezza; un raffinato uomo di diritto che sa perfettamente quello che sta accadendo, che a Wannsee offrirà i suoi territori a Hitler per la soluzione finale, e che in un brindisi con Curzio Malaparte, sollevando una coppa di champagne, gli dirà: «Non abbia paura Malaparte, beva, non è sangue ebreo».

East West Street è un rimando continuo di incroci e coincidenze che riempie vuoti e silenzi con una meticolosa ricostruzione storica, recuperando le storie tragiche di uomini in fuga e i segnali dell’annichilimento quotidiano e progressivo degli ebrei che condurrà ai campi di concentramento e allo sterminio. Norimberga sarà un’epifania per il mondo sui crimini perpetrati dai nazisti, Sands la racconta attraverso le epifanie dei protagonisti. A Norimberga si colmano i vuoti della storia e i vuoti del diritto. Secondo Lemkin – influenzato in modo decisivo dall’impunità per il genocidio degli Armeni – gli individui non sempre vengono uccisi in quanto tali, ma vengono uccisi in quanto appartenenti a un gruppo in base a nazionalità, etnia, religione. Lauterpacht non condivide questa visione: le persone sono esseri umani con diritti fondamentali e come tali vanno protette, non in funzione di una loro appartenenza a un gruppo. Il genocidio oggi emerge in una gerarchia informale come “il crimine dei crimini”, lasciando intendere che uccidere un vasto numero di persone in quanto individui possa essere un crimine meno grave.

Sands risponde a tutte le domande che gli si pongono lungo la strada, ma non cerca una risposta morale, limitandosi a restituire – pur propendendo per Lauterpacht – la complessità della scelta tra l’individuo e la sua appartenenza a un gruppo, consapevole del pericolo che le responsabilità individuali oscurino quelle collettive, ingenerando l’illusione che il processo dei vincitori abbia chiuso ogni questione con il nazismo, con i genocidi e con i crimini contro l’umanità.

   
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