Non si liquida una politica industriale

La vicenda Alitalia impone alcune riflessioni. Non c’è dubbio che la legittima scelta dei lavoratori abbia prodotto un’accelerazione drammatica alla crisi. Il piano rigettato era sicuramente doloroso, ma consentiva di tenere aperta una prospettiva di vita per la compagnia. Oggi il rischio di fallimento e liquidazione è concreto. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un esito ineluttabile e prima di accettarlo occorre verificare con attenzione ogni possibile alternativa. Anche perché la vicenda Alitalia qualcosa da insegnare al paese ce l’ha. E soprattutto a chi – per riflesso ideologico – è solito riproporre in modo automatico analisi e presunte soluzioni ripetutamente bocciate dalla storia.

Sorrido quando in Italia sento parlare di privatizzazioni come strumento per rendere più efficienti le aziende. La storia della nostra compagnia di bandiera – o se preferite quella di Telecom – dimostra esattamente il contrario: da venti anni ormai assistiamo al susseguirsi di management inadeguati, all’elaborazione di piani industriali inconsistenti e alla ricerca affannosa di partner affidabili. Un fallimento oggettivo che inizia nel ’96 con scelte discutibili compiute da un governo di centrosinistra, per proseguire poi con gli errori della destra.

Oggi c’è un problema serio da risolvere, che sarebbe sbagliato considerare solo dal punto di vista occupazionale. La sorte di migliaia di lavoratori è fondamentale e merita la massima attenzione. Ma altrettanto importante è la visione e la strategia che abbiamo in testa per il nostro paese. Gli asset industriali non si liquidano, perché sono il principale strumento di politica industriale di un paese. E quindi garanzia della sua autonomia. Un vettore aereo nazionale serve a indirizzare e attrarre flussi turistici, commerciali ed economici. Che altrimenti sarebbero definiti secondo scelte e convenienze di altri.

Può l’Italia permettersi di rinunciare a tutto questo? Io ho seri dubbi e non penso che una decisione di questo tipo possa essere assunta frettolosamente, con qualche intervista a caldo di questo o quel ministro. Ci sono alternative? Si può lavorare su una sinergia pubblico privato? Si può immaginare un nuovo assetto e un nuovo piano che coinvolga almeno in parte i campioni pubblici nazionali? Già in altre occasioni – penso all’acciaio – abbiamo infranto un tabù per evitare la deindustrializzazione del paese. Ed è stata la scelta giusta. Di tutto questo il Pd ha il dovere di discutere prima di rassegnarsi a un esito che, oltre a produrre una grande sofferenza sociale, produrrebbe un oggettivo indebolimento del paese e della sua capacità competitiva.‎

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