L’ossessione anti-elitaria

Ormai è un’alluvione: tutti spiegano a tutti l’odio per le élite e il trionfo populista della pancia sulla testa, la tribalizzazione delle opinioni, la relativizzazione social della “verità” diventata “punto di vista” (esemplare il caso vaccini). Sul New York Times constatano la tenuta della base elettorale di Trump, il campione anti élite e “agitatore in capo” della società tribalizzata, al di là di qualsiasi puttanata dica o combini.

Di sicuro vi ricorda qualcuno e del resto In Italia la sorpresa è minore, anzi nulla, perché è da trenta anni che abbiamo a che fare col piano politico del fenomeno. Riguardo al piano culturale, bastino le spigolature di Andrea Minuz sul Foglio di oggi circa il «narcisismo dell’ignoranza» immortalato su Trip Advisor da commenti come «La Fontana di Trevi delude e renderebbe meglio in una piazza più ampia», oppure «Stonenge? Quattro pietre in fila», o ancora «La statua della Libertà è bella, ma non balla». Un narcisismo da cui traspare il senso di autosufficienza, anzi l’orgoglio di sé delle “non élite”, degli anti specialisti, dei non-filosofi.

Resta da capire il perché della crisi delle élite, al di là della percentuale di idioti e profittatori che ovviamente contengono. E qui l’unica risposta che ci viene in mente è che le élite non siano mai state considerate tali grazie alle competenze (del cui merito chi vi è estraneo non pensa di poter giudicare) ma piuttosto per le utilità che erano in grado di erogare agli altri. Tanto per esemplificare: Azzeccagarbugli incarta Renzo (ad opera del proto populista Manzoni) perché dispone di una tecnica giuridica –l’azzeccare i garbugli – che il villico non conosce. Ma oggi gli avvocati te li tirano dietro; il medico e solo lui praticava la lingua della salute, ma oggi il cancro te lo diagnostichi su internet; il doroteo fidelizzava i suoi votanti grazie alla capacità di controllare le risorse pubbliche che clientelarmente gli infilava in tasca; la sinistra, al di qua degli orizzonti escatologici, compensava i non agiati con il welfare state (istruzione, salute, pensioni a go go, e scusate se è poco); i filosofi, infine, si arrabattavano attorno al senso del tutto, ma avevano ruolo perché si ponevano al vertice dell’insieme del “saperla lunga” appena esemplificato.

È chiaro che se la Storia, spinta da globalizzazione, crisi del debito, eccetera, restringe le utilità erogate, delle élite restano le chiacchiere facili da buttar via. Ma se anziché restare in porto tocca muoversi, allora sì che torna utile qualcuno che abbia speso tempo a studiare il mondo di fuori. Perché sono i perdigiorno, pardon le élite, che immaginano i futuri, per quando – e prima o poi capita – se ne deve esplorare qualcuno.

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