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Il costo della violenza

In questi giorni di sgomberi, attentati, stupri e torture, di delitti sulle spiagge e di crimini insabbiati oltre il mare, sento nell’aria la stessa atmosfera che ho sentito dopo i massacri di Parigi nel 2015, lo stesso odore di benzina pronta a infiammarsi, la stessa tensione che contagia non le vittime ma i sopravvissuti. Abbiamo i nervi a fior di pelle e ogni tragedia vicina o lontana diventa il pretesto per meschini regolamenti di conti e sfoghi esorbitanti, come se tutti cercassimo un colpevole e ci tenessimo a trovarlo il più possibile vicino a noi. Ognuno ha la sua teoria, ognuno ha un nemico da convocare per liberarsi di quel peso terribile. Tu immigrato che non sei nato dove sono nato io, tu reazionario mi fai schifo, te comunista — perché non li ospiti? E noi tutti sfigurati, resi mostruosi dal rigonfiamento ipertrofico di quell’organo guasto che chiamiamo superiorità morale. È così che funziona la violenza: avvelena l’intero corpo sociale, lo morde al calcagno, poi entra in circolo e lo fa marcire interamente. Il sangue delle vittime finisce sempre per ricadere sui vivi.

Qualche giorno fa ho visto questa violenza prendere corpo attorno alla figura di Christian Raimo, scrittore reo di avere denunciato in televisione il razzismo irresponsabile della televisione; e poi l’ho vista crescere ancora in un parapiglia di accuse incrociate a chi s’indigna troppo e a chi non s’indigna abbastanza, tra i disperati che denunciano la dittatura del politicamente corretto e i professori per cui ogni parola fuori posto è da punire con la scomunica. È verissimo che in certi ambienti — università, mondo culturale, borghesia colta — vigono regole di conversazione che impediscono di affrontare certe questioni e impongono il rispetto di un’estenuante igiene del linguaggio: capisco l’esasperazione degli esclusi perché è anche la mia. È pure vero che Raimo è andato mezz’ora in televisione, probabilmente prestandosi a un gioco delle parti che lo vedeva come vittima sacrificale, e si è poi trovato sepolto sui social network dalla furia tangibile di centinaia d’insulti e minacce che nessuno saprebbe sopportare a cuor leggero. Lo spettro del politicamente corretto ha scatenato una forza se possibile ancora più minacciosa, e soprattutto incontrollabile. Ma a monte di tutto questo c’è soprattutto il sentimento di una terribile violenza impunita: quella subita dalle vittime di uno “scontro di civiltà” che, più viene fantasticato, più si concretizza: lo sa bene chi manovra i terroristi, lo ignora forse chi scherza col fuoco della xenofobia.

Lo psicodramma che stiamo vivendo segnala soprattutto che la nostra società — composta da donne e da uomini, da intellettuali di sinistra e da razzisti, ma anche da migranti e da figli di migranti — non è in grado di fare i conti con la violenza che ha subito (a Parigi, Londra, Barcellona…) e che ha inflitto in terra e per mare. Non è in grado moralmente, perché non basta essere cinici e pragmatici: la violenza ha sempre un costo che bisogna poter sopportare. In questo caso, come direbbe lo storico medievale Ibn Khaldun, il germe della violenza che l’ha contaminata sta sfibrando la sua asabiyya ovvero il principio stesso della sua coesione. Insomma sta dissolvendo ciò che la tiene in vita come organismo collettivo. È possibile che abbiano ragione quelli che dicono che «non ci possiamo permettere» di accogliere tutti i migranti che arrivano in Europa — se è per questo non possiamo nemmeno permetterci la manifestazione «E… State con noi sul Lungolago» di Bagiuggi sul Garda — ma quello che oggi dovrebbe preoccuparci è se possiamo permetterci di non accoglierli. Ora che conosciamo per filo e per segno i termini del calcolo egoista che ci lega alle morti nel Mediterraneo, siamo capaci di pagare il costo morale di questa decisione? E cosa resterà di noi a quel punto? Cominciamo a intravederlo nella progressiva dissoluzione dei legami e delle convenzioni su cui si basava il nostro vivere assieme.

Chi da destra parla dei valori dell’Occidente dimentica forse che tra questi vi è anche una certa idea di umanità universale, prima cristiana e poi illuminista. Chi ne parla da sinistra dimentica invece che proprio questi valori sono serviti a mascherare la violenza con cui ci siamo garantiti secoli di benessere. La forza della civiltà tecnica e giuridica occidentale — quella forza che le ha garantito a lungo il dominio sulla Terra — è anche la forza dei suoi principi, che la innervano dalla testa ai piedi. L’idea di umanità è la contropartita su cui regge la dominazione dell’Occidente: ovvero la promessa di far partecipare presto o tardi tutti quanti al suo banchetto. Era inevitabile che prima o poi qualcuno iniziasse a prendere sul serio questa promessa e a pretendere che venisse mantenuta.

Ora non è certo la prima volta — attenzione, eufemismo — che la nostra coerenza viene messa alla prova. Ma questa prova l’abbiamo sempre brillantemente superata — attenzione, ironia — grazie a una non-comune capacità di occultare ed esternalizzare le questioni morali. Per garantirsi l’egemonia non basta avere dei principi da spendere come moneta sonante; bisogna anche trovare un modo per non rispettarli quando non servono. Per questo l’Occidente ha saputo inventare mille contorsioni logiche e logistiche, almeno fin dal Settecento con i suoi filosofi-negrieri. Ma soprattutto si è dotato di un sistema di divisione del lavoro politico (e quindi della violenza) in tutto e per tutto simile alla divisione del lavoro smithiana: Guy Debord lo chiamava «Spettacolo». Uno strumento ottico capace di rendere totalmente invisibile la violenza cacciandola in quel cuore di tenebra di cui scriveva Conrad. Nascondere le vittime, o stigmatizzare esclusivamente gli esecutori, per assolvere tutti gli altri.

Insomma abbiamo potuto restare fedeli ai nostri principi perché siamo stati messi nella condizione d’ignorare quello che accadeva fuori dal nostro campo visivo. Potevamo ancora permettercelo. Quando negli anni Settanta i media di massa hanno iniziato a diffondere immagini e racconti della povertà nel Terzo Mondo, gli occidentali trovarono nella beneficenza e negli aiuti allo sviluppo un modo non troppo dispendioso per restare formalmente coerenti con i loro principi di umanità. Oggi il prezzo della coerenza si è alzato ancora, e dunque anche la complessità delle soluzioni retoriche necessarie per tenere assieme la realtà e i principi. Non c’è modo di sfuggire al racconto dei morti nel Mediterraneo e non c’è più modo di aggirare la domanda che ci viene posta: quanti morti volete a Ferragosto? E cosa sareste disposti a fare per evitarlo? Pagare più tasse, modificare il vostro stile di vita, ospitarli in casa vostra?

Senza dubbio nessuno, quando si alza al mattino, vuole vedere allo specchio la faccia di Billy Zane che salta sulla scialuppa di salvataggio lasciando morire i poveracci nella stiva del Titanic. Ma se qualcuno crede che lasciando annegare ventimila uomini salverà almeno se stesso, si sbaglia di grosso. Perché qualsiasi scelta faremo siamo condannati; il dilemma morale che abbiamo davanti è la forma in cui s’incarna la crisi di un ciclo egemonico. Quello che davvero non possiamo più permetterci è finanziare quell’insieme di infrastrutture delocalizzate e governi corrotti che ci permettevano di nascondere, esternalizzare e quindi allontanare da noi la violenza su cui riposa il nostro benessere. Possiamo finanziare, tutt’al più, una milizia di mercenari guardia-frontiere, un’armata Brancaleone di torturatori che, remota justitia, non è nemmeno riuscita a farsi Stato. Adesso sappiamo quello che succede sulle coste libiche. Il segno della crisi sta nel fatto che non sappiamo più come distogliere lo sguardo: siamo giunti nel cuore di tenebra. Lo Spettacolo è definitivamente collassato, il motore ideologico che teneva in moto la macchina si è spento, lasciandoci soli con le nostre aporie.

I principi di umanità (oltre che le tradizioni, le leggi, gli articoli della Costituzione, le convenzioni internazionali, gli accordi bilaterali…) che dovremmo sospendere in nome del “realismo” sono gli stessi che permettono di fare funzionare una società complessa, stratificata, multiculturale, approvvigionandola di risorse e preservandola dalle guerre civili. Cosa succederebbe se applicassimo ai nostri vicini di casa la stessa logica che oggi applichiamo agli uomini che raggiungono in barca le coste europee, ovvero se quotidianamente ponessimo su una bilancia le loro vite e il nostro benessere? Se correggessimo l’universalismo giuridico su cui si basa il diritto civile con delle meta-regole necessarie a tracciare una linea tra chi ne può godere e chi no? Le fragili basi della convivenza — la asabiyya di Ibn Khaldun — semplicemente franerebbero. Avremmo dimostrato la vacuità dei nostri principi, abbattuto le nostre stesse leggi per cadere nell’anomia. E avremmo perso, assieme all’umanità, ogni titolo di dominazione simbolica sul mondo. A quel punto sarà sempre più difficile garantirci il famoso “benessere” in nome del quale abbiamo preferito sacrificare la nostra anima.

La società affluente non è il risultato di un particolare talento o di un destino storico o di qualche teoria economica miracolosamente capace di regolare il ciclo, come ai suoi tempi credeva Galbraith; bensì di un certo modo di produzione della violenza. Modo di esercitarla e modo di occultarla, modo di trarne benefici e di gestirne le conseguenze. Reinternalizzando la violenza, abbiamo preso il rischio di esserne deflagrati. A meno di non trovare, beninteso, un nuovo stratagemma per occultarla ancora una volta e impedire che il sangue che abbiamo sparso ricada su di noi. Ma probabilmente questa volta è davvero troppo tardi: la violenza che ci contagia e esplode (anche) sui social network, come in un nuovo stato di natura pre-politico, ne è il sintomo più evidente.

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