Il caso Gabanelli

Milena Gabanelli, come è noto, si è detta non disponibile ad assumere l’incarico cui l’aveva destinata il Cda. E lo stesso Cda – individuo plurimo, ma unitissimo per l’occasione – ha manifestato la propria costernazione per l’accaduto. Di fatto, se non capiamo male, il vertice aziendale ha provato a forzare una contrarietà già accertata, predisponendo la minestra da trangugiare a fronte di finestre sgradevoli come le dimissioni o lo starsene sfaccendati. Per non dire che qualcuno – dentro o fuori il Cda – avrebbe di certo reclamato il licenziamento giacché il ruolo di dirigente è incompatibile con il rifiuto di un incarico formalmente assegnato. Ma siccome in questo caso non si era ancora arrivati a una formale lettera di incarico, Gabanelli in contropiede ha inoltrato richiesta di aspettativa, che implica la scomparsa di funzioni e stipendio, anche se il legame con l’azienda persiste, tant’è che non si può, nel frattempo, lavorare per la concorrenza. È vero che l’aspettativa non è un diritto ma deve essere comunque “concessa” dall’azienda. Tuttavia, trattandosi della Rai, è inimmaginabile che venga rifiutata a chi, nell’era della centralità degli scontrini, addirittura “rinuncia allo stipendio”. E nel contempo si smonta in anticipo il ghigno di chi volesse relegarti nel girone dell’insaziabile casta.

Da parte di Gabanelli, l’impostazione sul piano giuridico, accorta e astuta quanto basta, si associa, nei confronti del Cda, a una comunicazione priva di asperità declamatorie, tutta improntata al “fate voi e, se volete, fatemi sapere”. Se dalle schermaglie formali si passa al piano del contenuto, la comunicazione di Gabanelli è invece dirompente perché senza toni da gazzetta sciorina le dettagliate e concatenate ragioni per cui l’attività prevista è tanto indispensabile alla Rai, quanto inattuabile nelle condizioni organizzative prefigurate dal Cda. Indispensabile perché, come Rai ha dichiarato in ogni sede, è necessario colmare l’assenza dell’azienda nella informazione 2.0. Inattuabile senza una testata a ciò appositamente dedicata perché le pur moltissime testate già esistenti, avendo già il loro da fare, non hanno in testa la dimensione del “web”. E siccome quelle moltissime testate pare bastino o avanzino, l’azienda riferisce di non potergliene aggiungere una.

Qui la comunicazione di Gabanelli, sempre in punta di forchetta, arriva a inforcare il punto strategico e cioè che il suo presente impedisce alla Rai di cercarsi un proprio futuro. Ergo, è la Rai stessa che piuttosto che infilare un po’ di web, tanto per fare, sotto il tappeto di qualche testata già esistente, dovrebbe rovesciare il tavolo del passato e condensare le risorse informative in funzione del mondo che già c’è invece di quello che c’era. Certo che l’impresa è titanica (immaginate un’Atac moltiplicata per dieci) e che per concepirla e realizzarla serve un buon mix di conoscenze, mestiere, accortezza comunicativa e passione civile. Oltre che parecchia autostima. In Rai, volendo, ce n’è. Tipo Gabanelli, a quanto pare.

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