Sbarre.

Sulla Libia non possiamo far finta di niente

Nelle ultime settimane sono emerse notizie orribili e gravi che riguardano il trattamento delle persone nei campi di detenzione in Libia, nonché il comportamento della guardia costiera libica nei confronti dei migranti in mare e delle ong che operano nel Mediterraneo per salvarli. Per esempio: il 7 agosto la guardia costiera libica ha sparato raffiche di mitra in acque internazionali per intimorire l’organizzazione spagnola Proactiva open arms, una di quelle che hanno sottoscritto il codice di condotta con il Viminale. Ricordiamo che la guardia costiera libica viene finanziata e addestrata dall’Italia e dall’Unione europea nell’ambito degli accordi intercorsi tra il nostro paese e il governo di Tripoli.

Vi è poi un rapporto di inizio giugno commissionato dall’Onu e relativo alla transizione politica in Libia, in cui si denuncia il fatto che la guardia costiera libica «sia direttamente coinvolta in gravi violazioni dei diritti umani». La giornalista Francesca Mannocchi, incaricata dall’Unicef di girare un documentario sui centri di detenzione legali per i migranti in Libia, ha detto durante un programma televisivo questa estate: «Nel centro ufficiale di Garian ci sono circa 15 contenitori di lamiera e 1400 persone, di cui 250 minori, che sono in questi hangar ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. In ogni hangar ci sono circa cento persone e spesso in questi contenitori è così tanta la gente stipata, che fa a turno per dormire perché non tutti riescono a sdraiarsi. Non c’è acqua, non c’è cibo a sufficienza. I funzionari del ministro libico, cioè gli ufficiali che hanno il dovere di controllare la gestione, mi hanno detto apertamente che, quando non arriva il cibo e non hanno più soldi per acquistarlo, aprono queste gabbie e fanno uscire le persone detenute».

In questo quadro si aggiunge il reportage della Cnn che documenta un mercato di schiavi nella periferia di Tripoli in cui è possibile comprare un uomo per poco meno di 800 dollari, e il rapporto dell’alto commissario nazioni unite Zeid Ra’ad Al Hussein in cui si legge che «la sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». E così abbiamo abbastanza elementi per chiederci: che cosa stiamo facendo? Il governo ha fatto bene a portare al centro del dibattito nell’Unione europea la gestione delle migrazioni e la revisione del trattato di Dublino, ma non possiamo pensare che se invece di morire nel Mediterraneo i migranti rimangono chiusi in qualche campo di detenzione, nel mezzo del deserto libico, torturati, umiliati, uccisi o venduti, la cosa non ci riguardi e il nostro compito come comunità nazionale sia concluso.

Non è così che funzionano le cose. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore è un principio che potrà funzionare per qualche disavventura in amore, non per i diritti umani. Per questo ho depositato un’interrogazione al ministro degli Esteri, per sapere se il ministero è a conoscenza delle condizioni dei detenuti nei campi di prigionia in Libia, e se non sia il caso, visti i recenti sviluppi, di ripensare il nostro rapporto con il governo libico e con la loro guardia costiera, e di chiedere un maggiore impegno delle Nazioni Unite anche nella gestione dei campi.

   
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