La parità comincia dal salario

Sabato si è celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un fenomeno estremamente diffuso che colpisce ogni anno migliaia di donne in Italia. Un problema gravissimo, di cui si discute sempre di più, per fortuna. Ma quando parliamo della condizione della donna in Italia non dobbiamo dimenticare altri problemi, di cui purtroppo si parla molto meno, a cominciare dal gender pay gap, che tradotto in italiano è il divario salariale tra uomini e donne. In parole povere in Italia, nel settore privato, le donne vengono pagate in media il 19,6% in meno degli uomini. In pratica, per guadagnare quanto il suo vicino di scrivania, facendo le stesse cose e con la stessa qualifica, una donna deve lavorare in media quasi cinque giorni in più al mese. Una settimana lavorativa. Quasi tre mesi all’anno. O se vogliamo ribaltare la prospettiva: le donne lavorano quasi tre mesi all’anno gratis rispetto al loro vicino di scrivania.

I dati ci dicono che il lavoro femminile è considerato un lavoro di serie b. Anche tra gli impiegati, che sono in maggioranza donne, il divario salariale tra colleghi e colleghe è di circa il 12%. Le motivazioni sono tante, ma sostanzialmente pare che oltre a un diffuso pregiudizio, ci sia la “paura” che la donna possa avere dei figli, e per questa condanna biblica viene punita preventivamente in busta paga. Ma ci sono molti altri indicatori che ci dicono come il lavoro femminile sia considerato diversamente: l’uso massiccio dei contratti part-time, le dimissioni mascherate dopo la gravidanza (nonostante la legge le dimissioni post parto sono in ottima forma), il demansionamento strutturale e la diminuzione dei salari di circa il 20% una volta che si rientra dalla maternità.

Ogni volta che parliamo di occupazione femminile, uguaglianza, parità, ci dimentichiamo sempre la differenza salariale. La soluzione è semplice, almeno in linea di principio: stesso lavoro, stessa paga. Più facile a dirsi che a farsi, certo. D’altra parte, il problema è comune a tanti paesi europei, che nel tempo hanno proposto e trovato diverse soluzioni. Per l’Italia, ad esempio, credo che una soluzione potrebbe essere quella sperimentata in Gran Bretagna: una commissione parlamentare di inchiesta che abbia anche potere di proporre leggi, e una revisione di incentivi e multe per le imprese che hanno un divario salariale superiore a una certa soglia. E penso che su una questione importante come questa sia necessario l’impegno di un grande partito come il Pd, che se ne faccia carico e la ponga al centro dell’agenda politica e del suo programma.

Stiamo parlando di circa la metà della popolazione italiana che guadagna strutturalmente il 20% in meno di quanto sarebbe dovuto. Questo ha un impatto sui consumi, sulla famiglia, sui servizi e sulla struttura sociale. Credo sia tempo di incontrarci e iniziare a discutere seriamente insieme ad associazioni, sindacati e studiosi che di questi problemi si sono occupati, anche perché se non lo facciamo noi non lo farà nessuno.

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