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Foto di palomaleca

Esiste un’alternativa al modello Amazon?

Il sostegno al recente sciopero dei dipendenti di Amazon è stato così trasversale che l’altro giorno persino il Foglio, in prima pagina, se ne felicitava; mentre un altro covo di liberali come Linkiesta pubblicava un articolo a favore della regolamentazione di Uber. Addirittura il Corriere della sera, online, auspicava che le grandi aziende potessero procedere a una più equa redistribuzione dell’utile tra i lavoratori. È forse la prova che i danni provocati dai vagiti della quarta rivoluzione industriale (per non parlare dello stato pietoso del mercato del lavoro in Italia) sono ormai diventati un tema di discussione pure fuori dai circoletti bolscevichi. Ma l’entusiasmo per questo sussulto di dignità del lavoro contro il capitale rischia di occultare la questione davvero tragica: ovvero se questi modelli di business, basati su rigidissime economie di scala, possano sopravvivere all’introduzione di salari più alti e condizioni meno vessatorie, oppure se essi siano strutturalmente fondati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; anzi del consumatore sul produttore per mezzo del capitale.

Riusciremo mai a immaginare una logistica che sia umana e delle tecnologie che non meritino di essere prese a martellate come faceva il vecchio Ned Ludd? Il dilemma fondativo della civiltà industriale è di nuovo qui davanti a noi. Le ragioni con cui Marx ci ha spiegato che il capitalismo è destinato a crollare, perché incapace a lungo termine di generare abbastanza profitto, sono in fondo le stesse che ci portano a dubitare che sia riformabile: malgrado le performance milionarie dei moderni campioni industriali, la loro esistenza non appare fondata su basi molto solide. La dipendenza da forme instabili e degradate di lavoro, implicita nella retorica del “no alternative”, non è certo un segno di salute.

Se questo è davvero lo stato del capitalismo occidentale nel 2017, allora ancora una volta le vittorie sindacali avranno come unica conseguenza di spostare il problema. Le funzioni scabrose e necessarie della macchina produttiva continueranno a essere sospinte nel suo cuore di tenebra: lontano dagli occhi e lontano dal cuore, in nero, oppure esternalizzate o ancora delocalizzate, là dove la soglia della nostra attenzione selettiva non viene tenuta sveglia dalla presenza di un brand riconoscibile come Amazon o Eataly. Alla fine di questo gioco delle parti, si tratta soltanto (di nuovo) di pagare sempre più caro per occultare la nostra violenza: cosa sono le delocalizzazioni e il lavoro in nero se non un’altissima tassa sulla nostra ipocrisia?

Nel suo pamphlet, Non è lavoro, è sfruttamento, Marta Fana descrive l’inferno quotidiano della massa crescente di lavoratori precari e sottopagati ridotti a sopportare queste condizioni vessatorie, una specie di nuovo stato di natura che soprattutto in Italia ha sostituito il vecchio mercato del lavoro. La tesi di Fana, tesi militante, è che i dispositivi legislativi sviluppati negli ultimi anni avessero come specifica finalità di abbassare il costo del lavoro. Sebbene la dimostrazione segua una sorta di metodo teleologico, per non dire pareidolitico, in cui “tutto fa brodo” (neoliberista), dalle più goffe dichiarazioni di qualche ministro fino al referendum costituzionale, la realtà esplorata dalla ricercatrice di SciencesPo è realmente inquietante. Ma perché allora gli stessi dispositivi non hanno prodotto i medesimi risultati negli altri paesi? Perché in Francia o nel Regno Uniti gli stage sono uno strumento relativamente efficace per l’inserimento professionale, mentre in Italia sono diventati un assurdo stratagemma per far lavorare gratis le persone fino a oltre trent’anni?

Per capire cosa sta succedendo in Italia andrebbe aggiunto che la demolizione controllata del diritto del lavoro non sarebbe stata possibile senza un abuso fantasioso e sistematico di quegli strumenti legislativi da parte di tutti gli attori coinvolti: e cioè non solo dalle famose élite capitalistiche, ma dai piccoli medi-imprenditori, tenuti in vita artificialmente dalla disponibilità di forza-lavoro tanto docile quanto qualificata, nonché dai lavoratori stessi, che le condizioni più assurde le hanno accettate come se fossero normali, senza mai farsi sfiorare dal sospetto che abbassare così tanto le proprie pretese fosse una forma di crumiraggio e di dumping, pur di neutralizzare con un finto-lavoro a poche centinaia di euro al mese lo spettro umiliante della disoccupazione. E poi naturalmente dai consumatori, che sulle corse in taxi a prezzo politico con Uber e le notti fuori porta con AirBnb ci contano per la loro vita low cost.

Gli italiani, insomma, sono stati tutti attivamente complici in questo gioco delle parti che serviva a convincersi che un tessuto economico esisteva ancora — anche a costo di farlo reggere interamente sulle spalle delle famiglie. Perché la verità è che se in Italia venisse rispettato un minimo, essenziale, diritto del lavoro metà delle piccole e medie imprese fallirebbero dall’oggi al domani; mentre i grandi mastodonti della logistica dovrebbero alzare i loro prezzi al punto da cessare di essere competitivi. E tutto questo non sarebbe neanche un male, perché abbatterebbe “schumpeterianamente” tutte quelle aziende che prevedono lo sfruttamento nel proprio modello di business. Il problema è semmai che nessuno, in Italia, vuole questo. Nessuno vuole vedere salire di dieci punti la percentuale di disoccupazione; nessuno vuole strozzare la domanda generata dalle imprese improduttive; nessuno, insomma, vuole andare a vedere il deserto che è diventata l’economia italiana. Quando ci accorgeremo che tutto questo stava in piedi soltanto perché credevamo che facesse comodo a tutti, realizzeremo anche quanto fosse sbagliato il nostro calcolo.

   
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