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Bolle e Meraviglie

Al cinema non andiamo se non in via eccezionale e per lo più accompagnando il nipote fra gli Avengers vari. Sulla tv generalista, buttiamo l’occhio solo di passaggio, mentre cerchiamo la pagina delle serie di Sky o Netflix, e sempre col terrore di imbatterci in Scanzi, Travaglio o Don Matteo. Per questo ci ha molto sorpreso questo inizio di 2018 in cui Rai uno – anziché cavarsela come l’anno passato con un paio di film e fiction – prima con le danze di Bolle il 1° gennaio e poi con l’Angela delle Meraviglie il 4 gennaio, ci ha inchiodato fino alla fine delle due ore di programma, neanche fossimo tornati bambini, ai tempi del monopolio in bianco nero dove mangiavi quella minestra o rinunciavi alla tv. Bolle ha rastrellato il 22% della platea e le Meraviglie d’Italia sono arrivate al 24%. Grosso modo con lo stesso numero di contatti (13 milioni, noi compresi) e con una durata di ascolto medio assai notevole per Bolle (36%) e addirittura strabiliante (46%, roba da Sanremo e Commissario Montalbano) per i patrii «siti Unesco».

La qualità più evidente, fin smaccata, di entrambi i programmi è parsa lo sforzo di rinnovamento: nel caso di Bolle, scansando la reverenza per il classicismo e mirando al pubblico giovane e/o inesperto; nel caso delle Meraviglie d’Italia, scampando il bolso documentario e mettendo in campo linguaggi svariati (serratezza narrativa, buona colonna sonora, grafica, attori, esperti, droni volanti) grazie ai quali il programma è riuscito a determinare un di più di meraviglia rispetto a quella promessa dai luoghi mostrati. Di certo – buona notizia per l’industria del turismo – ci è venuta davvero voglia di andarcene a vedere o rivedere parecchi di quei luoghi. E di sicuro i cercatori del sacro Graal del Servizio Pubblico, cioè della cosiddetta tv di qualità e del modello Bbc, si saranno in entrambi i casi sentiti rinfrancati.

Ma intanto faranno bene a tenere presente che la qualità è molteplice e non assoluta, come dimostra la netta differenza tra il pubblico di Bolle e quello di Angela. I successi del primo sono dovuti alle donne che gli hanno assicurato uno share del 25,5%, e cioè un 1% in più rispetto ad Angela. L’opposto è valso per gli uomini che, sarà l’invidia per quel fisico scultoreo, sono stati il 17% (otto punti in meno delle donne) per Bolle, mentre sono schizzati oltre il 23% per l’Italia vista con Angela. Inutile dire che i laureati sono andati in brodo di giuggiole per entrambi i programmi. Mentre le discriminanti più critiche si sono rivelate l’istruzione e la latitudine. Sorprendentemente i più restii fra gli istruiti sono stati non quelli con la sola licenza elementare (giovanissimi e anzianissimi), ma i titolari di sola licenza media inferiore, come a far sospettare che in questo step dell’apprendimento ci sia qualcosa di storto che ti impantana. Fra i territori, infine, il Sud si è tenuto a livelli di share inferiori al 20%. Una specifica tiepidezza per due “programmi bandiera” dell’arte e del bello italico, che fa rima con qualche più profonda separatezza storica, politica, economica e sociale, che una tv di qualità potrebbe/dovrebbe aiutarci a capire.

   
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