Foto di Marsel Minga

La moneta di Prizren

Cara Left Wing,
qualche anno fa mi fermai a parlare con l’amministratore delegato di un’azienda italiana che, insieme a varie altre attività (alcune delle quali, incidentalmente, avevano portato in prigione il suo predecessore), si occupava anche di esportare il nostro usato automobilistico: caricavano decine di bisarche con vetture ormai sfinite, almeno per i nostri criteri – centocinquantamila chilometri e classi di consumo ormai improponibili – e le portavano in Serbia dove, non incredibilmente, riuscivano a venderle senza trucco e senza inganno e ciò nonostante con margini di utile inimmaginabili in Italia. Mi raccontò che stavano trattando con il governo bulgaro per attrezzare un enorme piazzale a ridosso del confine, che sarebbe servito da area di lancio per coprire un secondo mercato balcanico che prometteva bene quanto il primo. Gli chiesi se pensavano di suddividere i trasporti tra i due paesi; mi rispose con un sorriso comprensivo: «Neanche per sogno; manderemo in Bulgaria le auto che i serbi non vogliono perché troppo vecchie e malandate, le Euro 0, le duecentomila chilometri». Pagò il caffè e concluse: «C’è sempre qualcuno che sta più a sud di te, ricordatelo».

Ero appena uscito dal cambiavalute di Prizren, un paio di giorni fa, quando mi sono ricordato di quello scambio. Mi ero fermato in un locale per chiedere una birra, meritata dopo tre ore di guida lungo le strade e in mezzo alle montagne albanesi; avevo deciso di andare in Kosovo all’ultimo momento, per un buco del programma di lavoro che mi portava a Tirana, Durrës e Berat: per quanto ne sapevo, nella mia placida ignoranza, quella era una specie di ulteriore provincia albanese dotata di uno status giuridico non chiarissimo, né più ne meno che una dependance albanese. Invece il cameriere mi ha detto a brutto muso che non avrebbe accettato i Lek con i quali volevo pagare e che avrei fatto meglio a farmi cambiare quei pezzi di carta che lì, a una ventina di chilometri dal confine, non avevano alcun valore. Rapidamente ho capito che quella era la regola locale, che valeva senza eccezioni per i bar e i venditori di souvenir e i ristoranti e le decine di chioschi che si mantengono vendendo il servizio di fotocopiatura – apparentemente uno dei più richiesti dalla popolazione locale. Gli esercenti kosovari non volevano nemmeno usare la cortesia solita in Canton Ticino, quella di accettare il pagamento in euro a patto di poter dare il resto in franchi svizzeri. Così ho chiesto indicazioni, mi sono fatto dire dove stava il cambiavalute locale, ho costeggiato la riva destra della Bistrica, ho aperto il portafogli, ho tirato fuori il biglietto da 1000 Lek e ho aspettato l’equivalente in valuta locale. Che ho scoperto essere l’euro.

Sono uscito, e ho cercato di raccapezzarmi in mezzo a quella selva di minareti, molti dei quali restaurati e mantenuti grazie ai fondi del governo turco (il quale ha una rappresentanza ufficiale che pare essere l’edificio più importante della città, se non altro per la posizione) e ai negozi per turisti dove, insieme a bandierine e costumi tradizionali, si vendono delle inquietanti tute mimetiche per bambini di cinque anni con le mostrine dell’Uck, la formazione paramilitare che a Belgrado, nei lunghissimi striscioni che circondano il palazzo del parlamento, viene tranquillamente definita come «terrorista». Le oltre cento traduzioni di «grazie a» seguito dal nome del paese che ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo che adornano la facciata principale del municipio cominciavano ad avere un senso: il paese vive grazie a loro, alla Germania e all’Italia e alla Micronesia (giuro), che ne accettano e sostengono l’esistenza.

E così, cara Left Wing, ecco che cosa è successo: da quelle parti è stata combattuta l’ultima delle guerre balcaniche per assicurare l’indipendenza di una regione a fortissima maggioranza albanese, che prima è stata buttata fuori di casa dai nemici serbi e che poi ha restituito il favore completando il movimento dei tergicristalli della storia, ma senza dimenticare di rendere chiaro che loro, gli albanesi del Kosovo, con gli albanesi di Albania non è che vogliono avere a che fare più di tanto: una valuta diversa, il roaming telefonico e un’amicizia particolare con la Turchia. Per la lingua c’è poco da fare, quella era e quella resterà: ma per il resto aveva ragione quel mio vecchio cliente, quello che sapeva che c’è sempre qualcuno che sta più a sud di te: non necessariamente in termini geografici, benché quelli pure abbiano la loro importanza; è il famoso sud del pianeta, una specie di combinazione economica, sociale, culturale e psicologica fatta di complessi di superiorità e inferiorità vagamente complementari che regge lo stare al mondo di un sacco di gente, di popoli – il nostro incluso, ovviamente. Fino alla prossima passata di tergicristallo.

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