Percorso.
Foto di tadekk

Dove porta l’auto-dialogo del Pd con il M5S

Con il ritorno dalle vacanze è tornato anche, inevitabilmente, il dibattito nel Partito democratico sulla necessità di avviare un dialogo – che non vuol dire un’intesa, che non significa resa e che non è un’alleanza, ma una danza – con il Movimento 5 Stelle. In cosa dovrebbe tradursi concretamente questa mossa, al momento, non è molto chiaro. In termini figurati sembrerebbe qualcosa di simile all’esigenza, da parte del gruppo dirigente del Partito democratico, di fare molto intensamente l’occhiolino a Roberto Fico.

Il principale argomento portato a sostegno di questa tesi dice più o meno così: siccome, a differenza della Lega, il Movimento 5 Stelle non è né di destra né di sinistra, non bisogna schiacciarlo sulle posizioni della Lega, che è di destra, ma attirarlo verso le posizioni del Pd, che è di sinistra. E bisogna farlo, s’intende, non per il bene del Pd, di cui notoriamente ai dirigenti del Pd non importa un bel nulla (e questo, sia detto senza ironia, è l’unico punto del ragionamento che mi pare non solo convincente, ma storicamente dimostrato), bensì, l’avete già capito da soli, per il supremo interesse del paese (che incidentalmente, sebbene invero piuttosto spesso, coincide con la necessità che al governo siedano esponenti del Pd).

Non sono convinto della tesi secondo cui il Movimento 5 Stelle non sia di destra – che non sia di sinistra, obiettivamente, mi sembra ormai ampiamente accertato – ma di una cosa sono più che sicuro: se non ha una connotazione politico-ideologica netta, in positivo, è perché il cuore del suo messaggio, quello su cui ha costruito la sua identità e la sua intera propaganda, è la denuncia di quanto siano moralmente e umanamente ripugnanti il Pd, i dirigenti del Pd, i passati e presenti governi nazionali e locali del Pd (e prima del centrosinistra). Corrotti, mafiosi e assassini, letteralmente. Con le mani sporche del sangue di tutte le tragedie recenti e meno recenti della storia nazionale, come i cinquestelle non hanno smesso un minuto di ripetere, da ultimo all’indomani del crollo del ponte Morandi a Genova.

Il problema è tutto qui. Dire che chi ti accusa di essere un ladro e un assassino è una persona ragionevole con cui si può dialogare non è un buon modo di spingere i suoi elettori a votarti, non è una posizione politica convincente e non è nemmeno una conversazione coerente. «Assassino!» «Giusto, dialoghiamo!» è uno scambio che va bene per una vignetta di Altan, non per un dibattito politico. E tantomeno per un dibattito congressuale.

   
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