Post Factum: la Repubblica delle donne

La fiera delle credibilità

Supponete che – voi a New York sullo smartphone e Mr. Sausages a Detroit, davanti alla tv in tinello – stiate entrambi seguendo l’audizione Kavanough. È un giurista cinquantenne e reazionario che i Repubblicani (Trump lo ha indicato) vogliono alla corte suprema (incarico a vita) neanche fosse il cda Rai. Il Senato, neanche fosse la commissione di Vigilanza, lo ascolta come di rito prima di deliberare. Quand’ecco che compare una donna, Mrs. Blasey, compagna di college del tempo che fu, che racconta di avere sperimentato a proprie spese come il Nostro avesse due vizi: 1) ubriacarsi; 2) stuprare. Nell’ordine. La donna appare assai posata e chiaramente vuole evitare che la corte finisca in mano a un bullo dentro. Lui nega e impreca.

Voi a quegli orrendi atti non avete assistito, ma lei vi pare credibile perché vi somiglia (abiti e trucco sobri, psicologa di professione, adusa a lingua e pensieri). Mr. Sausages invece crederà a lui (“ma che vuole questa che spunta dopo decenni?”) per il solo fatto di ritenersi a lei estraneo e anzi contrapposto visto che lei odora di élite. A X Factor lei prevarrebbe. A Uomini e Donne Kavanough sbancherebbe. Entrambi, voi e Mr. Sausages, siete vittime della vostra autoreferenza. E fin qui potremmo dire: peggio per voi. Ma, proprio sulla roccaforte liberal del New York Times, Brett Stephens osserva che se il giudice a vita fosse scelto attraverso l’ordalia della “credibilità” si tratterebbe di uno scontro fra opinioni (“I believe” contro “I believe”) sganciate dai fatti. Ed è oggettivamente così, come ben sappiamo perché l’opinione pre-concepita, inscalfibile da prove e confutazioni, fiorisce in ogni dove: dalle teorie cospirative, che rimpiazzano la religione e prolungano l’età delle favole, alla cronica caccia al colpevole, l’equivalente pop della caccia alla volpe con tanto di trombe mediatiche, valletti armati di reti social e molteplici segugi da faldone giudiziario. Per non dire dei nostri personali pregiudizi (chiamateli, se volete, valori) per cui Kavanough, fosse per noi, lo silureremmo immantinente e per due ragioni: 1) quel che è; 2) quel che farebbe (immaginate il nostro vice ministro Pillon su uno scranno dotato di poteri reali).

Ma vincendo con questi metodi, sfruttando le impressioni, ha ragione Stephens a dirci che segheremmo il ramo della liberal-democrazia su cui siamo seduti. Con l’addio, in nome della “credibilità”, alle garanzie legali e ai riferimenti culturali che, dall’habeas corpus in poi, ci proteggono dagli energumeni, pubblici e privati, pronti a ritenerti “non credibile” perché non gli somigli per stile di vita, faccia, o colore. Insomma, ha ragionissima Machiavelli a dirci che il fine giustifica i mezzi, ma badando a non spararsi sui piedi.

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