Sedie vuote.

La casa vuota della sinistra

Cara Left Wing,
sarà che quando si ha la sensazione di vivere tempi grami si cede più facilmente alla tentazione di saperne di più delle disgrazie altrui, sta di fatto che sono diventato un fan del genere letterario “instant book dalla Casa Bianca” – Michael Wolff prima e Bob Woodward poi – in attesa di qualcuno che attenda almeno il termine del primo (ma temo non ultimo) mandato di Trump per scrivere qualcosa che esca dal perimetro “rivista da sala di aspetto del dentista/libro di Travaglio scritto un po’ meglio di quanto farebbe Travaglio stesso”, magari inserendolo in un contesto storico più approfondito. Non voglio però darti l’idea che queste letture siano state tempo perso: qualcosa di buono si trova sempre (e d’altra parte, a essere sinceri fino in fondo, ci sono poche cose più interessanti di un buon pettegolezzo ben raccontato).

Una, in particolare, la racconta Woodward all’inizio del suo Fear, dedicando una pagina a descrivere come il Republican national committee, quello che nella realtà è stato lo staff che ha gestito la campagna elettorale di Trump, ha lavorato per anni a profilare gli elettori repubblicani segmentandoli per grado di probabilità di voto favorevole su una scala da 1 a 100. Il nostro garante della protezione dei dati personali cadrebbe vittima di convulsioni a leggere il grado di dettaglio nella conoscenza anche delle più piccole abitudini dei suoi elettori al quale il Rnc riusciva (e, immagino, ancora riesca) ad arrivare, ma il punto che mi interessa non è questo: è, piuttosto, il fatto che la campagna elettorale ha puntato a raggiungere, convincere e portare subito al voto non i più lontani, i repubblicani newyorchesi sospettati di collusione con i liberal di Manhattan, ma i più vicini, i duri e puri dell’Ohio, quelli che nella scala di probabilità di voto favorevole avevano un valore pari almeno a 90. In altre parole, quelli che chiunque avrebbe dato per scontati, voti certi già in cassaforte. E invece. Invece non solo di scontato ovviamente non c’è mai nulla, ma sono proprio i tuoi, quelli “sicuri”, quelli che pensi che non ti tradiranno mai a dover essere ascoltati, seguiti, coccolati: perché saranno poi loro – se non tutti, almeno una buona parte – ad avvicinarsi a quelli che sicuri lo sono un po’ meno, a quelli che nella scala di vicinanza e probabilità stanno a 70 invece di 90 e convincerli con la forza delle parole del vicino di casa, e così via fino agli elettori più lontani e improbabili.

Non ti dirò che Trump è diventato presidente degli Stati Uniti solo grazie a questo: la signora Clinton e l’ex direttore dell’Fbi, tanto per fare un paio di nomi, ci hanno messo del loro, e non poco; ma è da qualche giorno che penso a questa mossa, quella di prendersi cura per primi di coloro che si considerano più vicini, uomini e donne che gli americani definirebbero hidden in plain sight, nascosti in bella vista sotto agli occhi, e più ci penso più mi pare giusta – non perché il risultato finale sia stato quello che conosciamo ma, come dire, giusta in sé, per motivi che vanno oltre l’immediato beneficio che ne può derivare. E sono giorni che penso alla sinistra del mio paese che da anni si muove alla disperata conquista del centro senza nemmeno l’ormai mitologico trattino di connessione; la sinistra del mio paese che, in fondo, non sa più riconoscere i suoi elettori “90″ a furia di andare a cercarli in casa di altri, per poi tornare alla propria e trovarsela sconsolatamente vuota.

Caro Pilu, è proprio sicuro che da anni la sinistra del nostro paese si muova alla disperata conquista del centro, e che tanto basti a spiegarne la parabola? È proprio sicuro che le vicende del Pd, da Veltroni a Franceschini a Bersani a Renzi a Martina, e a maggior ragione le vicende dei partiti a sinistra del Pd, dalla sinistra arcobaleno di Bertinotti al pressoché niente che ne è rimasto, si possano interpretare così? Leggendo la sua lettera ci è tornata in mente una cosa che c’entra fino a un certo punto (ci scuserà se la usiamo come pretesto per parlarne): uno stupidissimo schemino che cominciò a diffondersi su facebook durante l’ultima campagna elettorale, e che vorremmo poter attribuire a qualche troll russo, ma che era più verosimilmente il frutto dell’inesauribile autolesionismo italiano. Certamente se lo ricorda: una linea segmentata che rappresentava lo spostamento progressivo che lei descrive, da sinistra verso destra, in nome del “meno peggio”, per concluderne, ovviamente, che procedendo in tal modo si finisce sempre al peggio. Oggi vorremmo dire a chi lo rilanciava: guardatevi intorno. Se la situazione dell’Italia di oggi non vi sembra presentare alcuna significativa differenza rispetto a prima delle elezioni, beati voi. Ma se al contrario ritenete che la situazione si sia fatta assai grave e anche un filo pericolosa, ciò significa che quello schemino lineare non dà conto della realtà e non aiuta a capirla. Ma aiuta moltissimo, in compenso, i Salvini e i Di Maio di oggi e di ieri. Per combattere i quali c’è bisogno di elettori vecchi e nuovi, convinti e incerti, moderati e radicali, come è sempre stato nei momenti più difficili della storia d’Italia. Momenti in cui un partito che aveva nel simbolo la falce e il martello nemmeno si sognava di fare simili discorsi, non esitando, al contrario, a rivolgersi a tutti gli italiani di buona volontà. Anche allora, ai tempi di Togliatti come ai tempi di Berlinguer, c’era chi denunciava il progressivo scivolamento verso il centro in nome del “meno peggio” (tra parentesi, tra gli esiti peggiori di un simile “scivolamento” si contava allora anche la scelta in favore della democrazia parlamentare al posto della dittatura del proletariato), con la “scusa” della necessità di combattere il fascismo prima e il terrorismo poi. Sta di fatto che grazie a quella politica si sconfissero il fascismo prima e il terrorismo poi. E scusate se è poco.

   
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someonePrint this page

Comments are closed.