Doppio confessionale per vicepremier in crisi

Scemo, bugiardo. Io con lui non parlo più. Siamo stati ottimisti, chi pensava che questa maggioranza avrebbe fatto del governo del paese un’assemblea d’istituto permanente si sbagliava: siamo diventati il cortile di una scuola elementare. La prima vera crisi politica del governo grillo-leghista è una regressione infantile, con i due vicepresidenti del Consiglio che si accusano vicendevolmente di essere bugiardi, fessi, incapaci. Il corto-circuito è nato sulla pace fiscale, quel punto vitale del programma della Lega che, finché è stato chiamato «pace fiscale» era difeso da tutti. Ma non appena lo hanno chiamato con il suo nome – condono – i topi hanno iniziato a fuggire dalla nave, negando di averlo mai conosciuto.

L’annuncio di Di Maio di andare in procura a denunciare una misteriosa manina che avrebbe modificato il decreto fiscale ha avviato una spirale demenziale: la minaccia di denunciare il suo stesso governo per una manipolazione ha permesso di esaurire ogni possibile declinazione di ironia e sarcasmo legate a mani e manine, e ha lasciato alla nostra immaginazione riunioni dell’esecutivo sceneggiate da Camillo Mastrocinque. Il presidente del Consiglio legge, Di Maio scrive, Salvini se ne sta in mezzo mandando bacioni con il telefonino, e nessuno sa bene cosa stia succedendo. Ci sarebbe da dubitare della piena consapevolezza di chi partecipa alle riunioni di quello che, per noi romantici, sarebbe ancora il governo del paese. Lo scontro nella maggioranza è stato un crescendo regressivo: Salvini ha evocato le scie chimiche, Giorgetti l’incompetenza dei grillini.

I due leader politici di maggioranza si sono quindi sfidati in video, pubblicando due confessionali molto diversi: Salvini, sullo sfondo di un lago trentino, muove il ditone e ricostruisce il Consiglio dei ministri accusando Di Maio di non avere capito quello che verbalizzava e che il presidente Conte leggeva. Di Maio gli risponde con un video più istituzionale, incravattato ma senza giacca, dicendo che non è vero che è bugiardo o distratto, e non è vero che Conte dettava e lui scriveva, e si devono cambiare le regole perché nei consigli dei ministri uno capita che si distrae.

Scemo. Bugiardo. Il passo successivo di questa regressione sarà prendersi a sputi. Resta il fatto che la discussione politica all’interno della maggioranza si è incastrata su un punto delicatissimo: stabilire chi è il fesso e chi è il bugiardo, senza sembrare fessi o bugiardi. Ma a una regressione infantile del linguaggio e della comunicazione corrisponde anche una regressione politica? Intendiamoci, se improvvisamente il mondo fosse diventato a misura di bambino, il debito pubblico si potesse rimborsare in figurine, i mercati finanziari si potessero neutralizzare spegnendo la console e la solidarietà sociale si misurasse in merendine, potremmo anche accettare un governo che pensa di reagire a Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ufficio parlamentare del bilancio e Commissione Ue con un gigantesco «specchio riflesso». Ma se, come sospettiamo, la realtà resta un po’ più complessa, e il mondo è ancora adulto e spietato – brutto, per usare una parola che tutti possano capire – avere il governo impegnato a litigare nel cortile della scuola non è rassicurante.

Viene il dubbio che si siano convinti di poter governare nello stesso modo in cui comunicano. Darsi dello scemo e del bugiardo oltre i dieci anni dovrebbe inibirti ogni accesso alle cariche pubbliche, così come fingere di non sapere cosa si approva in un Consiglio dei ministri. Ma le scelte di questo governo e dei due litiganti non hanno conseguenze solo sugli spettatori dei loro video su facebook. E così si guarda con una certa preoccupazione a chi fa i decreti con il cuore e risponde con un sorriso ai declassamenti di Moody’s. Se tutti vediamo davanti a noi un burrone, e gridiamo: «Autista, un burrone!», da un lato non stiamo tifando per il burrone, avvertiamo chi guida di un pericolo, e dall’altro non saremmo rassicurati dal sentirci rispondere: «Lo affronteremo con un sorriso».

Tutto è bene quel che finisce bene, hanno scritto dopo il Consiglio dei ministri di sabato. Sono tornati amici, perché la Lega ha capito che il condono è brutto. Poco importa se è rimasto nel decreto, l’importante è tornare a chiamarlo «pace fiscale».

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