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L’autunno e l’inverno della Rai

A guardare l’auditel di questo autunno spiccano due vincitori: la Rai che avanza di mezzo punto grazie alle reti maggiori (1,2,3) e nonostante la flessione delle minori (da Rai 4 a proseguire); La7 che cresce di un punto saziando il suo pubblico di pensionati pensierosi. Mentre Mediaset arretra marcatamente, tranne che con la nuova Rete 4 di Palombelli, Chiambretti, Porro. Il sorriso della Rai di oggi non si estende al suo domani perché, a dirla brutalmente, mai è stata così indeterminata la sua ragion d’essere e mai così infido l’ancoraggio al sistema politico istituzionale.

Riguardo al primo aspetto, il problema non è nuovo perché nel Paese esiste da sempre (e perfino misurata dai referendum del 1995, favorevoli alla privatizzazione e contrari a imbrigliare le interruzioni pubblicitarie dei film) un’opinione maggioritaria propensa a ritenere inutile una tv di Stato visto che se ne possono avere numerose e variegate da parte dei privati. In compenso la Rai poteva contare sull’appoggio emotivo del sentimento antiberlusconiano e sull’intrecciato calcolo di convenienza dei politici (per la visibilità) e dei giornalisti (per lo stipendio). Entrambi questi pilastri paiono corrosi. I politici hanno imparato (a partire dai più svegli, come Salvini, ma anche gli altri stanno imparando) che i broadcaster – tutti, non solo la Rai – sono tamburi che si fanno rimbombare a colpi di social. Quindi non serve il complice interno perché il sistema è “servile” per struttura. Il che azzera peraltro il senso stesso dell’esistenza delle redazioni giornalistiche, ridotte così a settori in crisi, come Pernigotti e Alitalia.

Si dirà che proprio questa sarebbe l’occasione per la Rai di proporsi come il rimedio dei due mali: quello dei politici che gigioneggiano indisturbati via social (e allora dovrebbe trasformarsi in un New York Times, che ai social gli fa le pulci anziché risuonarli come un tamburo); quello dei suoi giornalisti, che dovrebbe sradicare dai segmenti delle tante lottizzazioni, per ripiantarli altrimenti. Già, ma la Rai, direbbe Metternich, è un’espressione della politica, e ve l’immaginate voi una politica che lavori ad una Rai non oggetto, ma soggetto? Finora nessuno, avidità o pavidità che fosse, ha mosso un dito in questo senso e la questione stessa pare anestetizzata. E quindi esposta ad ogni micidiale improvvisazione: basti pensare che il canone è un boccone pronto per il primo affamato di voti che ne reclami l’abolizione. Con conseguenze micidiali sulle prospettive industriali, cioè sull’occupazione. Ma vuoi mettere la goduria di usare il consenso dei disoccupati dell’oggi e di dotarsi nel contempo di una buona dotazione di disoccupati per il domani?

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