La smania referendaria non è la cura, è il male

Un referendum per dire sì alla Tav, un referendum per dire no al reddito di cittadinanza, un referendum per dire addio al decreto sicurezza: la strada dell’opposizione al governo è lastricata di consultazioni referendarie. Una strada su cui sembrano tutti ansiosi e felicissimi di convergere: da Giuliano Ferrara, che ha lanciato l’idea del referendum sul reddito di cittadinanza, allo stesso Matteo Salvini, che sembra molto tentato dalla consultazione sulla Tav. Quanto al referendum sul disumano, insensato e controproducente decreto sicurezza, proposto da Maurizio Martina, chi mai, almeno tra coloro che si oppongono a questo governo, potrebbe essere contrario?

Dispiace guastare una così bella atmosfera, ma temo che il riflesso condizionato che fa gridare «referendum!» a ogni decisione del governo non porterà lontano, e di sicuro non porterà niente di buono, come nulla di buono ha portato fino a oggi l’idea di poter surrogare la battaglia politica con l’appello referendario. Per la stessa ragione per cui, come ho letto da qualche parte, non è possibile tagliare il burro con un coltello fatto di burro. In altre parole, se l’unica cosa che sappiamo fare per contrastare la deriva populista, antidemocratica e plebiscitaria di questo governo è realizzare noi per primi l’incubo della democrazia diretta (da altri), senza neanche aspettare la spaventosa riforma costituzionale predisposta allo scopo dalla maggioranza, tanto vale consegnarsi subito al nemico.

Una simile strategia non può portare nulla di buono per la semplice ragione che è stata proprio questa strategia a portarci fin qui, con il parossismo referendario inaugurato all’inizio degli anni novanta. In nove anni, dal 1991 al 1999, in Italia si sono celebrati ben cinque referendum sulle leggi elettorali. La cultura della mediazione e della rappresentanza, simboleggiata dalla tanto deprecata legge elettorale proporzionale, è stata bruciata sul rogo purificatore dello spirito referendario e dello spirito del maggioritario. La duplice infatuazione – per lo strumento del referendum e per l’obiettivo di un sistema maggioritario e para-presidenzialista – è stata l’altra faccia della delegittimazione dei partiti e del parlamento. Ma per quanto riguarda i referendum, basta guardare a quello che sta accadendo in Gran Bretagna, per capire dove può portare l’abuso dello strumento, anzitutto in materia di trattati internazionali. Quanto al maggioritario, e più in generale a quel modello americano cui si sono ispirati tutti i teorici delle riforme istituzionali di questi sfortunati decenni, oggi sono gli stessi americani a misurarne tutta la potenzialità autodistruttiva. Giusto ieri, in un articolo dedicato alle paralisi gemelle della Brexit a Londra e dello shutdown a Washington, il New York Times sottolineava come polarizzazione, radicalizzazione e paralisi dei due sistemi politici, americano e britannico, abbiano radici storiche comuni, che affondano nel modello di democrazia basato su sistemi elettorali di tipo maggioritario («first-past-the post» o «winner take all»).

È una lezione che in Italia dovremmo avere già imparato. Del resto, da noi, la scorciatoia plebiscitaria si è sempre rivelata, almeno per la sinistra, un vicolo cieco. La via d’uscita gollista dalla crisi della Prima Repubblica, lungamente accarezzata da sinistra non meno che da destra, gli italiani non l’hanno consentita a nessuno: né a Silvio Berlusconi al culmine del suo potere, né a Matteo Renzi al massimo della sua popolarità. Ci mancherebbe che venisse consentita domani a Matteo Salvini, o magari a Davide Casaleggio, con l’ulteriore vantaggio di fargliela trovare già spianata proprio da coloro che dovrebbero contrastarli.

Le mediazioni politiche, istituzionali e sociali vanno ricostruite, non saltate. Ridurre l’intero programma dell’opposizione a un elenco di referendum, per di più in continuo aggiornamento, è al tempo stesso una resa e un azzardo. Una scelta tanto più avventata, mentre le istituzioni cardine della democrazia liberale e dello stato di diritto sono sotto attacco ovunque: quando tutto il tuo mondo brucia, non è il momento di mettersi a giocare col fuoco.

Dalla crisi populista non si esce con la cura omeopatica. Vale per il referendum proposto da Martina come per la sua bizzarra idea di togliere proprio la parola «Partito» dal simbolo del Pd, lasciando solo «Democratici» (uno strazio che ricorda da vicino l’infelice spogliarello da Pds a Ds). Vale a maggior ragione per l’idea lanciata da Nicola Zingaretti di togliere dalla scheda elettorale delle europee tutto intero il simbolo del Partito democratico, in favore di una «lista aperta». Per non parlare della sua incresciosa proposta di utilizzare anche nel Pd una piattaforma per la consultazione degli iscritti «modello Rousseau».

Proposte, a mio avviso, tanto sbagliate quanto tardive. Il governo gialloverde è già in crisi. L’equivoco su cui si è costruito il racconto di una riscossa del popolo contro le élite si è squagliato in pochi mesi. È già storia vecchia, su cui possono attardarsi soltanto opinionisti senza opinioni e intellettuali annoiati. Quella partita è chiusa, perché il vento sta cambiando, signori, e sta cambiando in tutto il mondo: con la crisi dell’amministrazione Trump – prima che dell’amministrazione Raggi – e ancor di più con la spirale autodistruttiva imboccata dalla Brexit, che suonerà a lungo come monito per i populisti di tutta Europa. Quella partita, almeno in Italia, è finita due-virgola-zero-quattro a zero, quando l’Unione europea è andata a vedere il bluff del governo gialloverde e la rivoluzione populista è morta prima ancora di nascere. Andata, finita, chiusa: game over. È pretendere troppo chiedere di non correre in loro soccorso proprio adesso?

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