Giuseppe Conte, specchio degli italiani

È giusto discutere senza pregiudizi delle linee di politica interna e internazionale illustrate dal nostro presidente del Consiglio, nel video di Piazza Pulita che ce lo mostra mentre incalza a testa alta la cancelliera Merkel, con un maschio «Angela, non ti preoccupare, sono molto determinato», scandito a chiare lettere davanti a un succo di frutta. È giusto e perfino ragionevole discutere, alla luce di questo intervento, se sia da condividere il parere di tanti autorevoli osservatori, i quali negli ultimi mesi hanno ravvisato in Giuseppe Conte un altro e più sicuro piglio, un’accresciuta consapevolezza dei propri mezzi, peraltro non disgiunta da una sensibile crescita di standing, nazionale e internazionale. Ed è pertanto ragionevolissimo che si analizzino e si discutano seriamente e senza preconcetti le ripetute assicurazioni da lui fornite alla cancelliera riguardo alla sua leadership («la mia forza è che se io dico “ora la smettiamo” loro non litigano»), o il modo in cui si vanta delle sue prodezze diplomatiche («Ti ricordi di Malta? Quando ho detto: “Donne e bambini li prenderò con l’aereo”. Perché Juncker mi aveva detto: “Salvini dice che tutti i porti sono chiusi”. E io ho detto: “Ok, vuol dire che li prenderò in aereo!”»), o ancora la raffinata nonchalance con cui si fa beffe della sua maggioranza e del suo stesso partito, dando di gomito alla cancelliera («Nella campagna elettorale ora ci sono molti nel partito che dicono “il nostro amico è la Germania, e quindi dobbiamo fare la campagna contro la Francia!”»).

È giusto domandarsi se qui l’uomo ricordi più la fermezza di un Churchill di fronte alla Germania hitleriana o l’orgoglio di un De Gaulle di fronte agli Stati Uniti. È più che ragionevole chiedere ai commentatori di cui sopra se l’intero dialogo, a loro giudizio, somigli di più alle vanterie incrociate del geometra Calboni e del ragionier Fantozzi con la signorina Silvani («Sono stato azzurro di sci» «Ma che bravo!») o a quelle di Mario Brega con la Sora Lella («Sta mano po’ esse piuma e po’ esse fero…»), o non ricalchi piuttosto – nelle parole non meno che nella mimica facciale del suo finissimo interprete: nel mezzo sorriso che vorrebbe essere ironico, nello sguardo obliquo che vorrebbe essere complice – l’intero repertorio di Alberto Sordi, a cui mancherebbe soltanto (e chissà che non sia sfuggito ai microfoni), un immortale: «Angela, my darling…». Non ti preoccupare, sono molto determinato.

La verità è che mai prima d’ora, nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi, gli italiani avevano avuto un presidente del Consiglio che ne rappresentasse caratteri e debolezze in modo più completo e autentico, che restituisse loro come in uno specchio quello che essi stessi avrebbero detto e fatto, se davanti a quel bancone, a quel succo di frutta, con Angela Merkel, ci fossero stati loro. Come in uno specchio. La domanda è dunque: per quanto tempo potranno ancora sopportarlo?

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