Foto di Alan Levine

L’eccezione spagnola

In uno scenario europeo di divaricazione politica e di indici economici rallentati, la Spagna cresce ancora e vive un momento di cauto ottimismo con il nuovo ciclo politico del governo socialista di Pedro Sánchez. Un’asincronia storica con il resto dei paesi europei che ha un’origine lontana, nei ritardi strutturali accumulati dal franchismo e nella necessaria rapidità modernizzatrice dei governi di Felipe González. Urgenza d’azione, quella del socialista González, ispirata però da un autorevole pensiero riformista radicale. Una politica persistente, che ancora oggi permette di scegliere regole di sviluppo delle infrastrutture e dell’economia fondate sul riequilibrio sociale e culturale.

Per comprendere quanto quella visione espansiva sia ancora oggi viva, quanto sia sopravvissuta a cicli politici avversi, può essere utile guardare ai caratteri della città che è stata ed è tuttora la capitale economica del paese, Barcellona, nella quale, con uno slogan semplificatore, potremmo dire che la produzione di cultura costruisce la città contemporanea, progressista, che ridistribuisce opportunità. Barcellona, sin dalla fine degli anni settanta, quelli della transizione democratica, e ancora oggi con Ada Colau, ha scelto con continuità e aggiornamenti costanti la produzione culturale quale strumento fondante e strategico del suo lungo percorso di rivitalizzazione urbana. Questa costruzione di una potente rete di centri culturali è stata fondamentale anche per la riqualificazione dei quartieri disagiati.

Subito dopo la morte di Franco, Barcellona si ritrova a essere città isolata, abbandonata dallo stato. I principali protagonisti della sua rinascita sono l’architetto Oriol Bohigas e il sindaco Pasqual Maragall. Il tecnico e il politico, due intellettuali che hanno proposto alla città il progetto di Eix Cultural, l’asse culturale che ha riempito quel vuoto di opportunità e speranze che siamo soliti chiamare periferia e che a Barcellona era nel cuore stesso della città, a ciutat vella, il centro storico affacciato sul vecchio porto. Una rete lineare, un vero e proprio asse geografico centrale e risanatore che dal mare risale lungo le Ramblas verso la città ottocentesca: il Centro d’arte Santa Monica, il Gran teatro lirico del Liceu, la storica Biblioteca nazionale di Catalunya, l’Istituto di cultura e infine il Museo d’arte contemporanea (Macba) e il Centro di cultura contemporanea (Cccb), tutti riqualificati o realizzati sulle direttive di un progetto unitario.

Fin da subito in una città impoverita è stata ribaltata la gerarchia dell’urgenza, destinando i primi fondi pubblici alla cultura e concentrandoli nei luoghi del disagio e del degrado più profondi. L’obiettivo principale era il riscatto dalle condizioni materiali, abitative, sanitarie dei più deboli, di coloro che erano vissuti ai margini di Barcellona, la capitale industriale spagnola. Spazi gratuiti e accessibili a tutti, che hanno contribuito alla costruzione di un sentimento di cittadinanza finalmente condivisa. In una città classista e nella quale i benestanti non scendevano sotto la linea pedemontana dell’Avenida Diagonal, il progetto ha privilegiato quella parte della città che era ferma nel tempo, la più castigata dalla dittatura. I centri iniziarono a produrre creando consenso, identità, simboli, ma agivano anche come motore di organizzazione dello spazio pubblico circostante, delle infrastrutture, dei servizi. Sanavano e riqualificavano, costruivano la nuova città democratica, nella quale la regia pubblica investiva e stimolava l’iniziativa privata.

Questo primo passo ha imposto un metodo e una tecnica che hanno costruito e continuano a costruire Barcellona, coinvolgendo tutte le amministrazioni del territorio metropolitano e i quartieri popolari più periferici. Vengono identificati i fabbisogni, anche quelli immateriali, e viene poi progettata una rete articolata di poli civili e pubblici puntando sull’innovazione della tipologia di spazi e servizi. L’intervento diventa il catalizzatore della riqualificazione del quartiere, promuovendo e condizionando progetti e realizzazioni sia pubbliche sia private. Distribuite sul territorio troviamo quindi le Fabbriche della creatività, dedicate alla formazione e alle pratiche di giovani artisti, le Biblioteche comunali, concepite come piazze coperte multifunzionali, i Centri civici, destinati al tempo libero e all’assistenza didattico-formativa o i Cap, una struttura sanitaria unificata ma di quartiere con programmi innovativi di salute mentale e un’istituzione socialmente rivoluzionaria come il Dentista municipale.

Il sindaco Ada Colau ha valorizzato questo patrimonio facendo un ulteriore passo in avanti. La sua amministrazione ha incrementato e finanziato un sistema complesso di enti, istituti e ricerche universitarie che si occupano dei temi della contemporaneità (scienza, innovazione tecnologica, antropologia dei diritti) in un intenso scambio internazionale. Un deposito di conoscenza che Barcellona importa ed esporta mettendolo a disposizione di quel laboratorio permanente che è la città, il luogo di trasformazione dei comportamenti, delle condizioni di lavoro e vita delle genti. Barcellona, con la costante preoccupazione per uno sviluppo omogeneo che integri i quartieri popolari nella distribuzione delle risorse materiali e immateriali, si è così proposta come laboratorio sperimentale molto concreto, diventando un punto di riferimento europeo sulle politiche per le periferie del mondo. «Volevamo portare soluzioni reali e concrete attraverso azioni che cambiassero la vita delle persone perché il livello locale è quello che può migliorare la democrazia. È dove viviamo la nostra vita quotidiana e il governo è più vicino alla gente. Dobbiamo costruire comunità localmente e internazionalmente» (Ada Colau ospite di Bernie Sanders all’Istituto Sanders, Usa, novembre 2018).

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