Foto di Javier Kohen

Il Codice penale on demand

L’idea di introdurre in Costituzione il referendum propositivo anche in materia penale è rassicurante quanto un’invasione di vampiri. Se fosse letteratura sarebbe Salem’s Lot di Stephen King. La cittadina del Maine che viene cancellata da un’epidemia mortale: lentamente, casa dopo casa, gli abitanti si trasformano in vampiri. Per sopravvivere al contagio non resta che barricarsi dentro con un paletto di frassino, stando bene attenti a non guardarli negli occhi. Nel pieno della regressione verso gli anni trenta in cui l’occidente sembra scivolare, affidare al plebiscito referendario persino il disegno dei reati e delle relative pene, l’ultima e la più essenziale difesa dei diritti dell’individuo, equivale a scardinare porte e finestre, dopo averli invitati a entrare.

La proposta di modifica dell’articolo 71 della Costituzione prevede l’introduzione nel nostro ordinamento di un’iniziativa di legge popolare rafforzata: ogni proposta accompagnata da cinquecentomila firme deve essere approvata dal parlamento entro diciotto mesi, in caso contrario viene indetto un referendum. Non è previsto un limite di materia, pertanto si potrà esercitare l’iniziativa popolare anche in materia penale. Non serve ricordare che sono tempi in cui la legislazione cerca compulsivamente di soddisfare la bulimia punitiva che attraversa l’opinione pubblica la giustizia di piazza punta a sostituire quella dei tribunali. Ma se fino a oggi la legge poteva essere la barriera che impediva le punizioni a furore di popolo, l’iniziativa legislativa e il referendum in materia penale cancelleranno ogni residua inibizione.

La riforma in discussione prevede un vaglio costituzionale sul referendum (ammissibile solo se rispetta la Costituzione) e l’introduzione di un quorum per l’approvazione del venticinque per cento degli aventi diritto al voto, accorgimenti che dovrebbero preservarci, forse, dalla reintroduzione della pena di morte, ma certo non dagli effetti collaterali di questo meccanismo. Il finale è già scritto: il caso di cronaca eclatante che scatena l’indignazione, la strumentalizzazione politica, i comitati promotori che raccolgono le firme e preparano una proposta di legge, giornali e talk show che li inseguono, forze politiche che li appoggiano. Diciotto mesi di confronto che radicalizzeranno lo scontro tra giustizieri populisti e riserva indiana dello stato di diritto, senza alcuna mediazione, trascorsi i quali la situazione non potrà che peggiorare.

La mancata approvazione da parte delle Camere aprirebbe due scenari: in caso di ammissibilità del referendum, una campagna in cui lo scontro si polarizzerà inevitabilmente tra i sostenitori del ritorno alla legge del taglione e quei pochi che ancora proveranno a difendere la civiltà del diritto, con l’effetto di identificare le posizioni più ragionevoli e garantiste come un tradimento della volontà popolare. Peggio ancora se il referendum venisse dichiarato inammissibile: a quel punto la Corte costituzionale e i suoi giudici diventerebbero il palazzo del privilegio su cui si infrange il volere del popolo. Sarebbe difficile, in questo clima, salvaguardare terzietà e autorevolezza della Corte dalle grida dei gilet giallo-verdi e dei tribuni guatemaltechi che ne chiederanno la demolizione, come una Bastiglia che imprigiona la democrazia; sarà altrettanto inutile ricordare che quel popolo esercita la sovranità nei limiti della Costituzione, perché il punto sarà la rimozione di ogni limite.

Ma in assenza di limiti di materia, come ha rilevato anche il servizio studi di Camera e Senato, i progetti di legge da sottoporre a referendum potranno riguardare anche i diritti delle minoranze, introducendo una polarizzazione insostenibile tra libertà e sicurezza, volontà generale e diritti dell’individuo. Venuta meno la stessa possibilità di una qualsiasi forma di mediazione politica, basterebbe veramente poco, sull’onda dell’emozione suscitata di volta in volta dal caso di cronaca del giorno, per dare un colpo durissimo alla democrazia rappresentativa e allo stato di diritto. L’ultimo, probabilmente.

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