Come uscire dalla Rete del populismo

Nessuno può dire con certezza se la crisi della democrazia liberale cominciata nel 2016 con Brexit e la vittoria di Donald Trump si rivelerà un malessere passeggero, destinato a essere più o meno rapidamente riassorbito, o una svolta fondamentale nella storia dell’occidente. Ogni analisi e ogni presa di posizione sulle cause prime e seconde dell’attuale situazione si trova così come in equilibrio su un filo, sempre esposta al rischio di cadere da una parte o dall’altra: dal lato dell’allarmismo ingiustificato, e sempre un po’ ridicolo, o da quello dell’irresponsabile sottovalutazione, che risulta sempre moralmente sospetta.

Christian Rocca ha raccolto in un libro, provocatoriamente intitolato Chiudete Internet (Marsilio), una buona parte delle ragioni per cui ha senso essere preoccupati e per cui è urgente occuparsi subito dell’infrastruttura tecnologica che ha agevolato (e secondo alcuni, in pratica, generato) il caos attuale. Lo ha fatto in poche pagine che riassumono buona parte del dibattito in corso sul tema e vanno dritte al punto, senza perdere tempo e soprattutto senza lasciarsi intimidire dal consueto fuoco di sbarramento ideologico che da sempre accoglie chiunque provi ad azzardare l’idea di una qualche forma di regolamentazione per qualsivoglia settore dell’attività economica.

Il fatto è tanto più significativo in quanto Rocca è un liberale, di formazione radicale, sostenitore della prima ora di Matteo Renzi, e prima ancora della terza via di Tony Blair e Bill Clinton. E oggi riconosce senza giri di parole che la crisi attuale è anche figlia di una visione irenica della globalizzazione, dello sviluppo tecnologico e del mercato, quale si affermò a partire dagli anni novanta, anche a sinistra, proprio con Clinton e Blair. Per gli amanti della filologia politica, la revisione autocritica traspare anche nel lessico, in particolare nei ripetuti riferimenti alla crisi dei «corpi intermedi» e alla necessità di porre un freno al processo di «disintermediazione» (che fu invece un mantra del renzismo, specialmente nella prima fase). Trattandosi di riflessione autocritica e non di abiura, la conclusione non è un invito a fare semplicemente marcia indietro. L’obiettivo è preservare i valori fondamentali della democrazia liberale e del capitalismo moderno, che oggi appaiono minacciati da forze che essi stessi hanno generato. La soluzione indicata, sulla scorta di una vasta letteratura, rapidamente ma esaurientemente passata in rassegna, consiste nel mettere in discussione il dogma della gratuità – come falso sinonimo della libertà – di internet. Cambiare l’attuale «modello di business» della rete, prima che l’informazione di qualità scompaia definitivamente e a popolare il web resti solo la spazzatura delle fake news.

La tesi è suggestiva e certo merita una discussione approfondita, ma non è comunque il merito principale del libro, che sta invece nel rilanciare argomenti e preoccupazioni da tempo al centro del dibattito in gran parte dei paesi occidentali, e che in Italia il novanta per cento dei giornalisti e degli intellettuali, quando ne abbia la minima percezione, liquida come l’ultima scusa inventata dalla sinistra, dal Pd o da Renzi per non fare i conti con la propria sconfitta. E questo è un pezzo del problema italiano, conseguenza del fatto che da noi, perlomeno sul terreno del discorso pubblico, il populismo non rappresenta una parte, ma il tutto. Un problema che Rocca fa risalire ai tempi di Mani pulite e del «popolo dei fax», cui contrappone la solitaria battaglia di Marco Pannella in difesa di quello che allora si chiamava il «parlamento degli inquisiti». Ma qui forse se la fa troppo facile, dimenticando come molto di quel lessico che avrebbe poi costituito la neolingua grillina nasca dai due filoni speculari e concorrenti del liberalismo radicale-azionista, quello di Eugenio Scalfari (il padre del «popolo dei fax» non meno che della retorica della «società civile» contro i «professionisti della politica») e quello, appunto, di Marco Pannella (con le sue invettive contro la «partitocrazia», il «consociativismo» e la «cupola partitocratica»).

La carica antistatalista, antipartitica e antipolitica dei liberisti – di destra e di sinistra, americani e italiani – è stata ed è tuttora alla base dell’egemonia del discorso populista, molto più di quanto non si voglia riconoscere. Ce lo ricorda in questi giorni la gigantesca inchiesta del New York Times sulle origini dell’impero mediatico di Rupert Murdoch, a suo tempo fortemente impegnato nel sostenere le campagne di Ronald Reagan e Margaret Thatcher (generosamente ricambiato), oggi fortissimamente impegnato a sostegno di Donald Trump e della Brexit, cui ha preparato il terreno almeno tanto quanto i volenterosi manipolatori quantistici dei social network.

Le categorie che i populisti hanno ripreso dai liberisti sono individualismo, disintermediazione e delegittimazione di ogni istituzione, partito, sindacato o associazione d’interessi (che non sia loro). Per difendere la democrazia rappresentativa dalla loro vocazione totalitaria occorre dunque abbandonare i dogmi della sinistra liberista degli anni novanta, contro il mito della mano invisibile del mercato, con cui si sono poste le basi della crisi economica del 2008, e contro il mito della mano invisibile della comunicazione via social network, che ha posto le basi della crisi democratica in cui l’occidente è ancora pienamente immerso.

In tutto il mondo, ormai, si discute di come difendere la democrazia dalla permeabilità della rete a ogni genere di intrusione e manipolazione, dallo strapotere dei colossi del web e dalla loro capacità di accumulare e mettere a frutto un’infinità di dati personali senza alcuna garanzia per gli utenti. Un terreno su cui persino l’Economist ha dovuto riconoscere il primato dei tanto bistrattati burocrati europei, e della loro battaglia per porre dei limiti al potere incontrollato delle grandi piattaforme. Ma il dibattito è apertissimo pure in America. Chissà che un giorno, anche grazie a libri come questo di Christian Rocca, tra un’intervista a Davide Casaleggio e l’altra, non se ne cominci a discutere seriamente persino in Italia.

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