Foto di Nic McPhee

Se neanche il Pd difende l’habeas corpus

La visita di Ivan Scalfarotto ai due cittadini americani accusati dell’omicidio del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cercello Rega ha scatenato un’ondata di polemiche, prevedibili dall’area di governo, forse un po’ meno dal Partito democratico.

La visita di un parlamentare a dei detenuti non è mai un gesto di solidarietà, ma l’esercizio di una prerogativa che non può essere giudicata a seconda della propria sensibilità: è un atto ispettivo delle condizioni di detenzione, a tutela di quell’incolumità di chi è sottoposto al potere coercitivo dello Stato che è scritta in Costituzione. Le visite dei parlamentari in carcere sono frequenti, e raramente ne sentiamo parlare. Si va in carcere perché sono zone chiuse, accessibili a pochi, sono mondi esclusi in cui è necessario che i rappresentati dello Stato possano entrare liberamente per controllare come lo Stato tratta i detenuti che sono sotto la sua responsabilità.

Nonostante, personalmente, io sogni un partito che rivendichi quella visita, nel caso in questione Ivan Scalfarotto non rappresentava il suo partito, ma il Parlamento di cui fa parte. E come parlamentare è stato irriso dal ministro degli Interni per essersi accertato delle condizioni di detenzione di due accusati, quasi che si potesse implicitamente accettare che di ciò lo Stato italiano non debba preoccuparsi. La sua messa alla gogna avrebbe dovuto generare una reazione compatta in difesa dell’habeas corpus. Quello che sembra essere stato completamente cancellato dal dibattito è che la fotografia di uno dei due accusati, ammanettato e bendato, ha fatto il giro del mondo sollevando dubbi sul rispetto dei diritti fondamentali da parte del nostro sistema giudiziario, peraltro con il rischio di introdurre un vulnus pericoloso nelle indagini, al punto da indurre il procuratore generale di Roma a intervenire immediatamente. La visita di un parlamentare, oltre a essere un’espressione delle sue prerogative, è il primo atto istituzionale dopo quella fotografia, un atto con cui un rappresentante del popolo rivendica il rispetto dei diritti inviolabili di tutte le persone come principio fondante per le istituzioni che rappresenta.

Il problema più grave però è che la visita di Scalfarotto non è stata contestata solo da esponenti del governo più giustizialista della storia di questo paese, ma anche da compagni del suo stesso partito. Si è pensato alle conseguenze in termini di consenso e non al principio che ha motivato il gesto, e soprattutto non si è nemmeno provato a spiegarlo. In questo momento, invece, servono proprio politici in grado di spiegare quel gesto, dandogli il suo valore. Politici capaci di spezzare la retorica del pensiero binario che ci sta devastando: o con noi o contro di noi, o con la vittima o con il carnefice, mentre lo stato di diritto è esattamente l’opposto. I diritti si bilanciano, non si escludono.

In un momento in cui tutto ciò che è vagamente democratico risulta impopolare, e in cui stiamo deteriorando la nostra abitudine allo Stato di diritto, bisogna ricominciare a tenere il punto. Perché in molti casi si tratta di questioni su cui nessuno si sognerebbe di conquistare consenso, ma è sull’impopolarità dei diritti assicurati a certe categorie di persone che si demoliscono i principi fondanti di una comunità democratica, ragion per cui principi e regole universali che devono valere per tutti gli individui sono stati costituzionalizzati e inseriti in leggi di forza superiore. Proprio per essere sottratti alle ondate emotive e al gioco della popolarità.

Non ci sono dubbi sul fatto che quella di Scalfarotto sia stata una scelta impopolare, ma siccome attraversiamo un periodo cupo, in cui a essere impopolari sono buona parte dei principi democratici e costituzionali, i casi sono due: o diamo tutto per perso, e ci conformiamo a quella che sembra essere la maggioranza del momento; oppure certi temi proviamo a sottrarli al gioco della popolarità. Non è espellendo le questioni intrattabili che si arresta l’erosione di una comunità democratica. Nessuno pretende che diventino temi da campagna elettorale, ma se si vuole spezzare questo gioco al massacro si deve ricominciare a fare politica anche sulle questioni intrattabili.

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