Il silenzio non è una linea politica

Tra qualche giorno alla Camera si voterà il taglio dei parlamentari. Una riforma sbagliata, voluta dal M5s e alla quale il Pd ha votato contro nelle prime tre letture. Questa volta invece ci si chiede di votare sì, nel rispetto del patto politico che ha portato alla nascita del governo. Ma quel patto prevedeva che, contestualmente al taglio dei parlamentari, fossero inseriti contrappesi istituzionali e soprattutto una nuova legge elettorale utile a bilanciare l’eccessiva torsione maggioritaria prodotta dalla riduzione della rappresentanza.

Ad oggi, quando mancano pochi giorni all’arrivo in aula della riforma, di legge elettorale ancora non si parla. E in questo caso la responsabilità non può essere scaricata sul nostro (numericamente) principale alleato di governo: il M5s ha infatti chiarito da subito di voler lavorare su una riforma di impianto proporzionale. Il Pd invece tace. La direzione che avrebbe potuto discutere e decidere prima dell’arrivo in aula, è stata sconvocata e non ancora riconvocata. L’argomento utilizzato per giustificare la nostra afasia è che nel Pd convivono posizioni molto diverse ed è impossibile fare una sintesi in tempi rapidi. Confesso un certo sconcerto: siamo un gruppo dirigente e abbiamo il dovere di decidere. L’articolazione di posizioni è nota da anni, ne abbiamo dibattuto in mille occasioni. Ora si tratta di decidere e di mettere tutti nelle condizioni di affrontare il passaggio parlamentare nel modo migliore. Altrimenti sarebbe impossibile sostenere una riforma come quella proposta dal M5s, riforma accettabile solo se proposta con tutti gli interventi collegati peraltro previsti dall’accordo di governo.

Personalmente credo che la legge migliore da abbinare alla riduzione del numero dei parlamentari sia un proporzionale corretto da una robusta soglia di sbarramento. So bene che in questi anni, ed anche in questi giorni, contro il proporzionale sono stati utilizzati argomenti tanto efficaci nella propaganda quanto fragili nel merito. Si è raccontato il proporzionale come il sistema che aumenta la frammentazione del sistema politico, quando la storia degli ultimi vent’anni ha dimostrato che quell’effetto è stato semmai prodotto dal maggioritario, che rendeva decisivi per la vittoria nei collegi anche i micro partitini inventati ad hoc. Si è spiegato che il proporzionale era incompatibile con la vocazione maggioritaria del Pd, quando proprio con il proporzionale delle Europee quella vocazione ha trovato la sua massima capacità di esprimersi arrivando a convincere il 40 per cento degli italiani. Si è addirittura arrivati a teorizzare che l’abbandono del maggioritario avrebbe messo in discussione l’identità del Pd. Ma davvero qualcuno ha una visione così triste del Pd? Può l’identità di un grande partito essere legata a un marchingegno di tecnica elettorale?

Aggiungo che trovo piuttosto stupefacente che chi avanza questi dubbi, contestualmente ci proponga di costruire un nuovo centrosinistra insieme al M5s, questo sì leggermente più incompatibile con la natura del Pd del sostegno a un differente modello elettorale. Oggi ci sono le condizioni per arrivare a una condivisione di massima nella maggioranza sulla scelta di un proporzionale corretto da una soglia di sbarramento. Penso che il Pd abbia il dovere di sciogliere questo nodo prima del 7 ottobre. Perché chiederci di stravolgere la Costituzione senza far chiarezza su questo non sarebbe serio. E sostenere che non possiamo scegliere una linea chiara significa non averne una. Un grande partito non se lo può permettere.

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