Foto di Max Barners

Il confine da tracciare sulla prescrizione

La sostanziale cancellazione della prescrizione, approvata dal governo gialloverde ed entrata in vigore all’inizio dell’anno, continua a essere sbandierata dal ministro della Giustizia come un’imprescindibile conquista di civiltà, mentre i decreti sicurezza restano pienamente in vigore e gli accordi con la Libia sono stati rinnovati senza troppo clamore. Quella che persino un avvocato ministro del governo che l’aveva proposta aveva definito «una bomba atomica» è però oggi quasi unanimemente riconosciuta come una riforma dannosa, pericolosa e incostituzionale.

A dirlo ormai non sono più solo gli avvocati e una parte consistente dell’accademia, ma anche i vertici della magistratura italiana, che nel corso delle inaugurazioni dell’anno giudiziario l’hanno sconfessata. Sgombrato il campo dalle visioni caricaturali della prescrizione come rifugio del potente che si sottrae alla condanna, resta una legge che non solo non incide minimamente sul disastro strutturale del sistema penale, da cui deriva l’inusitata lunghezza dei processi in Italia – esasperata da un’esposizione indiscriminata al pubblico ludibrio senza alcun rispetto per la presunzione di innocenza – ma addirittura lo aggraverà. Il Primo Presidente della Corte di Cassazione, nel corso della sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha sottolineato come la cancellazione della prescrizione provochi un carico aggiuntivo di lavoro insostenibile per la Corte, che si troverà investita di tutta quella quota di processi che ora si prescrivono in appello. Il blocco della prescrizione prolungherà infatti la durata dei processi e aumenterà il carico di lavoro. La semplice cancellazione della prescrizione è inutile e dannosa: servono soluzioni normative, strutturali e organizzative che siano in grado di scongiurare la prevedibile crisi che ne deriverebbe al giudizio di legittimità.

Dello stesso avviso il presidente della Corte d’Appello di Roma, secondo cui sospendere la prescrizione non serve a nulla, significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli, arrivando addirittura a evocare una «amnistia mirata» per i reati minori per rimediare all’arretrato – e tornare a nominare un’amnistia, visti i tempi che corrono, dovrebbe darci la misura della portata devastante della riforma. Il procuratore generale di Milano ha poi assestato un ulteriore colpo alla riforma della prescrizione, dicendo chiaramente che presenta rischi di incostituzionalità ed è in conflitto con l’articolo 111 della Costituzione e con la ragionevole durata del processo, e lo ha fatto davanti alla Presidente della Corte Costituzionale.

La sconfessione della legge voluta dal ministro Bonafede è così completa: cancellare la prescrizione non è stata un’affermazione di civiltà ma un’iniziativa deleteria, pericolosa, potenzialmente incostituzionale. L’allarme è stato lanciato e la maggioranza di governo non può fingere di non avere sentito. Perché si sia caricata questa legge di un significato simbolico così forte per la componente grillina del governo, trasformando la prescrizione in una sorta di mito fondativo della buona giustizia, non è un problema che deve riguardare il governo, davanti a questo allarme generalizzato. Ma quello sulla prescrizione non è stato l’unico segnale lanciato dalla magistratura.

Un altro messaggio è arrivato dal procuratore generale della Cassazione, che nel suo intervento ha criticato la tentazione del «governo della paura», e il pericolo che si corre affidando esclusivamente al diritto penale l’orientamento dei valori di un aggregato sociale. «Si esigerebbe dalla giurisdizione – ha detto il procuratore – che le sentenze dei giudici non applichino solo norme, ma veicolino contenuti ritenuti “giusti” e tali perché ricavati non dalla Carta fondamentale ma dalla discussione mediatica. Ciò può portare a spostare le politiche pubbliche, dal fenomeno e dalla sua complessità ai soli suoi risvolti punitivi».

La legge che cancella la prescrizione nasce da questa visione della giustizia penale che caratterizzava la maggioranza formata da Lega e Movimento 5 Stelle, e solo il suo disconoscimento può dare un segno di discontinuità chiaro rispetto alle politiche securitarie e giustizialiste del precedente governo. Se restano i decreti sicurezza, se si rinnovano gli accordi con la Libia, se non si può nemmeno parlare di ius culturae, che almeno sulla giustizia penale si tracci un confine netto tra populisti securitari e democratici.

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