Lo Yemen e le tre guerre al terrorismo

Due piccole notizie, provenienti dal periferico Yemen, ci aiutano a comprendere meglio il quadro generale di una regione complicata e instabile come il Medio Oriente. Una regione che vive un momento di grande interventismo esterno, degli Usa in primo luogo: una guerra al terrorismo fatta in Iraq con eserciti regolari, una seconda guerra portata avanti in tutta la regione con intelligence e reparti specializzati, una terza fatta di interventi politici in favore della democrazia. Purtroppo la prima – mal concepita – crea un riflesso di chiusura identitaria, come si è visto anche nella vicenda delle vignette su Maometto, che rende più difficile progredire sulle altre due. Ciò si capisce anche dalla prima notizia in questione: il 3 febbraio in Yemen sono evasi ventitre alti esponenti di Al-Qa’ida detenuti nella prigione di massima sicurezza che è all’interno del quartier generale dell’intelligence yemenita. Lo hanno fatto scavando in tutta calma un tunnel di quarantaquattro metri dalla prigione alla vicina moschea, prima per tre metri in profondità dal pavimento delle celle, e poi in lunghezza, con un diametro di 80 centimetri: non propriamente l’affare di una notte. Evidentemente compiuto con la complicità e l’aiuto di molti. Del resto, se l’intervento contro il terrorismo jihadista non è popolare – anche perché i terroristi globali vengono adesso popolarmente associati ai resistenti “nazionalisti” iracheni – fatti come questi saranno destinati a ripetersi.
Ma anche la seconda notizia ci dice quanto la prima guerra danneggi le altre, in questo caso impedendo agli Usa un più deciso intervento politico a favore di una democrazia pienamente operante: l’11 febbraio il presidente yemenita Salih ha operato un vasto rimpasto di governo, rimpiazzando molti ministri con tecnocrati. Tutti e trentadue i ministri appartengono – come peraltro anche prima – al partito di governo del Presidente, il Congresso generale del popolo. La questione è rilevante per due ragioni. La prima è che il Ministro dell’Interno del precedente governo, che molti ritenevano avrebbe pagato per lo scandalo della fuga dei ventitre, è rimasto tale, e per di più è stato anche promosso a vice premier. In più, è rimasto al suo posto il direttore della prigione teatro della comoda fuga. Con ciò confermando l’impopolarità della guerra al terrorismo.
La seconda ragione è il motivo politico che ha originato il rimpasto: secondo molti analisti esso è stato fatto per aumentare la popolarità del presidente Salih prima delle elezioni presidenziali del prossimo settembre. Elezioni presidenziali a cui aveva detto il 17 luglio del 2005 che non si sarebbe ripresentato, per poi annunciare di doversi “piegare” alle pressioni popolari per una sua ricandidatura “per il bene della nazione” il 17 dicembre scorso, al congresso del suo partito. Salih aveva promesso di non farlo: ma siccome la guerra al terrorismo annaspa, gli Usa non possono abbandonare Salih e devono sostenerlo, rinunciando a chiedere una vera elezione presidenziale. L’intervento in Iraq, insomma, è talmente divisivo che impedisce politicamente di sostenere allo stesso tempo la guerra al terrorismo – che è la promozione delle elite già al potere – con la diffusione della democrazia – che è invece la promozione di quelle future – costringendo gli Usa a scegliere alternativamente una delle due. Con una politica contraddittoria.
Ambedue le notizie mostrano dunque uno Yemen fragile e sottoposto a tensioni crescenti. Noi occidentali, amanti – subalterni – dell’orientalismo, siamo infatti abituati ad associare lo Yemen a paesaggi esotici, e a leggerne sulle prime pagine solo quando un turista occidentale viene rapito. Ma non ci interroghiamo. Per il nostro orientalismo l’esotismo dei luoghi implica la presenza di esotici predoni. In realtà, i rapimenti – e altre fratture che ora non si vedono ma presto potrebbero risultare visibili a tutti, come fu per la guerra civile tra nord e sud nel 1994 – non sono il segno di un folcloristico modo di essere, bensì la spia di problemi politici. Come in tutto il Golfo e nella Penisola Arabica, infatti, anche nello Yemen i delicati e instabili equilibri pre-11 settembre sono stati rimessi in gioco dal disegno Usa di un “nuovo Medio Oriente”. Delicati e instabili per la stessa mancanza di ricambio al potere, anche se con opposta fenomenologia: mentre nel Golfo – e particolarmente in Arabia Saudita – la mancata fluidità del ricambio si esprime nella decrepitezza dei regnanti, nello Yemen ciò avviene con l’inamovibilità del Presidente Salih, al potere dal 1978 e secondo per durata al solo Muhammar Qaddafi. Tanto da far definire il paese – come altri paesi arabi – una “giumlukiya”, una crasi tra le parole “giumhuriya” (repubblica) e “mamlaka” (regno).
Oggi lo Yemen è però sottoposto a forti tensioni, che potrebbero far vacillare definitivamente questi instabili equilibri. Esse sono cominciate in modo consistente due anni fa. Nel giugno del 2004, infatti, è iniziato uno scontro feroce tra il governo centrale e un gruppo tribale della provincia di Saada, al confine con l’Arabia Saudita: la cosiddetta “gioventù credente”. Questo gruppo – che poi è quello che ha effettuato gli ultimi rapimenti di turisti, fatti sia per finanziamento sia per scambio di prigionieri detenuti – è seguace dello Zaidismo, una forma di sciismo radicata negli altipiani dello Yemen del nord. Lo scontro si intreccia con motivi tribali e di potere locale, ma ha anche motivazioni religiose e regionali. Le motivazioni locali sono presto dette: il regime teme che la “gioventù credente” voglia il ritorno dell’Imamato zaidita, che ha regnato nello Yemen del nord per mille anni fino al 1962, quando fu deposto e nacque la repubblica. Da allora fra gli sciiti zaiditi – che sono il 35 per cento degli yemeniti e che hanno la stessa funzione di elite che hanno gli alauiti in Siria – hanno perso terreno i religiosi e hanno preso il sopravvento i laici, tra cui il presidente Salih, esso stesso uno zaidita.
Ma oggi a questo scontro se ne unisce uno regionale: Salih si è schierato per gli Usa e la loro guerra al terrorismo, perché ha bisogno del loro sostegno per rimanere al potere, mentre l’elite religiosa – e il popolo – sono contrari, per il motivo opposto. Così in un paese dove la difesa assorbe il 40 per cento del pil ma la stessa percentuale di popolazione vive sotto il livello di povertà, si riaccende lo scontro politico sul ruolo degli sciiti e di chi debba guidarli. L’intervento in Iraq e la carta sciita giocata dagli Usa hanno reso gli sciiti religiosi più baldanzosi e regionalizzato lo scontro: il Grande Ayatollah iraniano Montazeri ha dichiarato nel maggio 2005 che “non è accettabile che gli sciiti siano perseguitati per la loro fede in un paese che si dichiara islamico”, mentre un mese dopo il Grande Ayatollah iracheno Alì Sistani ha accusato il governo yemenita di condurre una “sorta di guerra” contro la popolazione zaidita. Insomma, la rivolta incubava, ma ha preso slancio sulla scia dell’intervento Usa e del nuovo ruolo degli sciiti in tutta la regione. E oggi minaccia di esplodere perché l’inamovibilità del presidente Salih, resa anacronistica da un quadro in movimento, rischia di farla diventare popolare. Dunque il presidente Salih si è ricandidato, perché solo così riuscirà ad assicurare al figlio Ahmad la successione nel 2013, fine del prossimo mandato presidenziale. A meno di non essere travolto da una rivolta tribale capace di saldarsi a ragioni economiche e politiche di rilevanza regionale. Ma in questo caso i vincitori rischiano di essere non i pochi democratici dimenticati in un angolo dalla fretta e dalla disattenzione occidentale (esclusa Emma Bonino). Ma piuttosto gli islamici ben radicati nel tribalismo, a partire da quello sciita degli Zaydi.