Per cosa votiamo

Fortunatamente, la campagna elettorale è finita. Ma anche a chi, come noi, ritiene che non sia stata proprio esaltante, vorremmo provare a spiegare perché è necessario votare e far votare per il Partito democratico. Non ci interessa enfatizzare i limiti dell’alleanza messa in piedi da Silvio Berlusconi, sottolineando il paradosso di uno schieramento che, nonostante il profilo più moderato assunto dal suo candidato premier, darebbe vita al governo più spostato a destra e più sbilanciato in senso “nordista” della storia repubblicana. Forse sarebbe stato opportuno sottolineare maggiormente queste contraddizioni e l’assenza di una credibile proposta di governo da parte del Pdl e dei suoi alleati, ma siamo certi che tali limiti, che sono qualcosa di più serio e preoccupante dell’età avanzata del “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, siano ben presenti agli italiani.
Sappiamo bene che qualcosa non ha funzionato al meglio nella nostra campagna elettorale. Ma crediamo che questo qualcosa sia il risultato del carattere incompiuto del processo di costruzione del nuovo partito, non di suoi limiti intrinseci. E non si tratta nemmeno di una incompiutezza dettata dall’urgenza di elezioni che continuiamo a pensare si sarebbero potute evitare. Si tratta, semmai, di limiti culturali (una certa propensione alla personalizzazione e al leaderismo, una certa burocratica opacità dei processi decisionali, inadeguatezza nella rappresentazione del paese e dei suoi problemi) che ci sarà tempo e modo di analizzare e discutere a fondo, in un dibattito che dovrà riguardare le idee – non le persone – che vogliamo contribuire a promuovere. Sono errori e limiti che spiegano il paradosso di un Pd che sul piano programmatico si è spostato come non mai al centro – ancorché un centro più vicino al mainstream liberista anglosassone che alla tradizione del centrismo continentale – senza riuscire però a sfondare in questa direzione, e anzi spostandosi sul piano elettorale a sinistra, cioè attingendo soprattutto – almeno stando agli ultimi sondaggi pubblicati – alla scialba e incolore Sinistra arcobaleno bertinottiana.
Ma proprio tali errori, limiti e paradossi, nel momento in cui ci ripropongono il problema cruciale dell’Italia, cioè la necessità di saldare, intorno a una rinnovata idea di nazione, la ricomposizione di un tessuto sociale profondamente lacerato e la costruzione di una nuova rappresentanza politica – dopo i disastri compiuti su entrambi i fronti dalla Seconda Repubblica – dovrebbero indurre, a maggior ragione, a sostenere il progetto del Pd. Il progetto cioè che punta al rinnovamento dell’eredità storica della democrazia italiana, attraverso l’incontro delle sue principali culture riformiste, e alla rifondazione di una moderna democrazia dei partiti di tipo europeo, capace di affrontare le sfide del nuovo secolo. Nessuna altra opzione in campo si misura con questo problema o indica una strada credibile per affrontarlo. Mentre le enormi potenzialità del Partito democratico sono emerse in modo evidente a tutti in queste settimane. Nelle piazze stracolme che Veltroni ha incontrato e ha contribuito a unire intorno al partito. Ma anche nelle tante iniziative che hanno dimostrato la necessità, l’urgenza e la possibilità di dare vita in Italia a un vero riformismo partecipato, attingendo al patrimonio culturale e organizzativo che le nostre storie ci hanno lasciato in eredità, e alle straordinarie energie di una società che da troppo tempo aspetta una politica migliore.

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