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La produzione di un amore

C’è questa scena. Interno fabbrica: fumo, scintille, lamiere che si sovrappongono, operai al lavoro. L’inquadratura si stringe su uno di loro, una maschera da saldatore a proteggere il viso, e sulla maschera un nome: Alex. L’operaio si ferma, si toglie la maschera e ne escono una cascata di riccioli castani. Chiunque sia transitato per gli anni Ottanta anche solo per un secondo sa di cosa si tratta: è l’inizio di Flashdance e lei è Jennifer Beals. Basterebbe questo a spiegare come chiunque si sia formato in quegli anni non abbia potuto non introiettare il concetto fondamentale che va bene l’amore, i sogni di gloria e perfino il principe azzurro, ma prima di tutto, nella vita, c’è bisogno di un solido posto di lavoro.

Per carità, a infonderci lo stesso insegnamento hanno contribuito anche i nostri genitori, la storia del paese, la Costituzione, l’educazione civica e finanche l’emancipazione femminile. Ma niente di tutto questo ha mai avuto la forza evocativa di un simile imprinting. Perché poi la nostra eroina, quella che abbiamo imitato nel buio delle nostre stanzette per i successivi dieci anni, non aveva un lavoro, ne aveva due. Uno dei quali, certo, era passare le nottate a dimenarsi seminuda in un locale malfamato, ma questo non le impediva di alzarsi ugualmente tutte le mattine per andare in fabbrica a guadagnarsi il pane.

Abbiamo creduto a lungo, ingenuamente, che simili capolavori appartenessero al genere “film per ragazzine”, mentre stavano formando saldamente la nostra coscienza di classe. E infatti, quando c’era da far casino, rivendicare un diritto inalienabile o anche semplicemente fare causa a una multinazionale, c’era quasi sempre di mezzo una femmina. Il fanatismo per queste protagoniste in molti casi è stato scambiato per superficiale frivolezza del pubblico. Ma se non fossimo stati impegnati a preoccuparci di questioni di più stringente urgenza, roba come gli innamoramenti e i lasciamenti dei protagonisti, avremmo di certo notato che queste ragazze erano dotate di un solido bagaglio politico-ideologico. Donne che per raggiungere il loro obiettivo a medio o lungo termine – che fosse l’ultimo modello di una borsa, il lavoro dei sogni o il principe azzurro – riuscivano in imprese di portata non indifferente. Che poi fossero anche belle, capricciose e un po’ sceme, non faceva che aumentare la potenza del messaggio.

Anche nei casi più fortunati, come quello di Debra Winger in Ufficiale e Gentiluomo , in cui l’amore infine vince sull’odio e soprattutto sull’imbecillità del protagonista, certi fondamentali vengono espressi con una tale chiarezza da non lasciare alcun dubbio nemmeno in menti obnubilate dall’epica avanzata di Richard Gere nell’ultima scena, quando piomba nella fabbrica dove lavora la ragazza, la prende in braccio e se la porta via per sempre. Quella che vince l’ufficiale, infatti, non è solo la femmina che se lo era scelto più intelligente degli altri, ma anche colei che per battere la concorrenza non aveva accettato alcun accordo al ribasso, non aveva alterato gli equilibri con aut aut di dubbia attendibilità e soprattutto non si era data pace finché non si era giunti a una risoluzione che soddisfacesse pienamente tutte le parti in causa.

La reginetta di tutte le sindacaliste in vena di capricci resta però senza dubbio Sally Field, che per il ruolo della protagonista in Norma Rae , nel 1979, vinse pure l’Oscar. Ora è chiaro che Norma non era esattamente un fulmine di guerra, due figli da due padri diversi, un marito ucciso in una rissa, una vita spesa in una fabbrica tessile. Di certo, se non avesse incontrato un sindacalista fighetto che veniva da New York, non si sarebbe mai infervorata tanto per la causa degli operai. Ma d’altra parte chi mai si infervorerebbe per cause giuslavoriste senza avere degli altri validi motivi? Insomma, lo slancio di Norma forse non era tra i più nobili, almeno inizialmente, ma è certo che senza la sua tigna il legnoso sindacalista newyorkese non sarebbe arrivato lontano, lui che in quanto pericoloso rappresentante del sindacato faceva fatica a trovare perfino un posto dove dormire. Per la cronaca i due non conclusero mai, sentimentalmente parlando. Perché sindacalmente, invece, ottennero una vittoria trionfale, riuscendo a fare in modo che il sindacato potesse entrare per la prima volta in una fabbrica tessile del North Carolina.

D’altra parte anche in Fronte del porto Marlon Brando non sarebbe giunto agli onori delle cronache se non fosse stato per l’insopportabile petulanza di una biondina che chiedeva verità sulla morte del fratello (fratello che, per inciso, era stato ucciso grazie all’aiuto di Brando stesso). Se ne sarebbe fregato molto volentieri della giustizia sociale fra i portuali, se la sua leggendaria tracotanza non fosse stata piegata per l’intera durata del film dall’assillante richiesta di giustizia della ragazzina bionda che studiava dalle suore. Poi dicono che la cultura cattolica non ha la sua importanza su certi argomenti.

Naturalmente non ci sono stati solo sentimentalismi e cotillon a ricordarci quali fossero i nostri diritti e i nostri doveri. Era il 1983 quando Meryl Streep in Silkwood rimaneva contaminata in un impianto di produzione di combustibile nucleare e iniziava una straziante battaglia contro la gestione dell’impianto. Di certo offriva un più agevole e rassicurante modello Julia Roberts in Erin Brockovich. Non che la vita di Erin fosse contraddistinta da una solida gestione sentimentale: con due divorzi alle spalle e tre figli da mantenere, è solo la forza della disoccupazione che le fa ottenere un lavoro nell’ufficio legale in cui comincerà tutto. Sarà lì che, appariscente, sboccata, cocciuta e bellissima intraprenderà – praticamente da sola – una durissima battaglia legale contro un colosso industriale il cui stabilimento ha inquinato le acque di una cittadina con cromo esavalente altamente cancerogeno. Ma nonostante la serietà del tema, il suo personaggio passerà alla storia per una risposta, quella data a coloro che ne metteranno in dubbio le capacità: “Visto che non ho cervello, né esperienza legale, sono andata lì, ho distribuito 634 favori sessuali, 634 pompini in 5 giorni. In effetti sono un po’ provata”. A riprova che nessuna questione di principio o denuncia sociale può farcela senza una protagonista all’altezza del compito. Non a caso anche lei, per quel ruolo, vinse l’Oscar.

Ma i pericoli più insidiosi arrivano sempre dalle più insospettabili. E il colpo più notevole alle nostre fragili sensibilità sociali è stato dato senza dubbio da colei che per almeno tre decenni ha rappresentato il modello sentimentale di riferimento, ovvero la protagonista di Pretty Woman. La storia è ampiamente nota, Julia Roberts – ancora lei – è una prostituta che incontra per puro caso un potente uomo d’affari che la tratta come una principessa e poi naturalmente se ne innamora. Perché lei – va da sé – è una ragazza semplice piena di doti nascoste. Ma se per anni non fossimo stati ipnotizzati da quegli occhi da cerbiatto, avremmo di sicuro notato che lo snodo principale della vicenda verteva attorno a una scelta di strategia industriale. Quando infatti Richard Gere – di nuovo lui – comincia a sentire quel tipico effetto di rimbecillimento da innamoramento, fa una cosa che apparentemente non gli si addice: fa saltare all’improvviso la trattativa di acquisto di una grossa compagnia marittima. Il motivo è subito chiaro perfino ai più storditi tra noi. All’inizio del film c’è questa scena seminale in cui Vivian gli sta facendo il nodo alla cravatta e contestualmente gli fa qualche domanda: “Quindi tu non fabbrichi niente? E non costruisci niente?”. “No”. “E che ne fai delle compagnie quando le compri?”. “Le vendo”. “Le vendi”. “Non vendo tutta la compagnia, la faccio in tante parti e poi le rivendo. Valgono più dell’intero”. “Allora sarebbe un po’ come rubare macchine per rivendere i pezzi, vero?”. “Sì, una specie, ma è legale”. Lei annuisce senza aggiungere altro, ma lo studia con quella perplessa ingenuità che farebbe vacillare qualunque Marchionne: “Quindi fammi capire, se firmano questo accordo tu sostieni che poi investirai davvero in Italia?”. Ed è naturalmente per questo che alla fine del film Edward, invece di parcellizzare la compagnia che stava cercando di acquistare, deciderà di mettersi in affari con la proprietà al fine di costruire assieme a loro delle “grandi e magnifiche navi”, con il pieno accordo dei sindacati e il dissenso del gretto socio in affari.

Siccome di solito i protagonisti maschili hanno una certa endemica lentezza nel comprendere gli snodi principali delle storie, anche Richard Gere ci metterà quei tre quarti d’ora prima di capire di essere diventato un uomo migliore grazie alla Roberts. Ma nel frattempo il messaggio è arrivato forte e chiaro, non c’è bisogno neanche di spiegarlo. Tutto il resto non è che logica conseguenza. L’amore trionferà, come è giusto che sia, e i primi a giovarsene saranno gli operai dei cantieri navali. Che è come dire che qualsiasi tipo di felicità – che sia sentimentale, esistenziale o finanche economica – passa sempre dal voler produrre effettivamente qualcosa.

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