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Numero 3 | Analisi e commenti

American Apparatchik

Se il mondo fosse perfetto, o perlomeno se lo fosse l’industria dello spettacolo (e non è detto che un giorno di questi non lo diventi), qualcuno troverebbe il modo di far incontrare nella stessa stanza Jed Bartlet e Frank Underwood. E quella stanza non potrebbe che essere l’ufficio ovale.

Se ci sono due personaggi che negli ultimi anni hanno rappresentato televisivamente lo yin e lo yang della politica americana, ma anche della politica in genere, quei due sono indubbiamente Bartlet e Underwood: il leader più amato e stimato della tv americana, il presidente di West Wing, e il personaggio più abile e senza scrupoli che sia gravitato di recente dalle parti di una presidenza, il protagonista di House of Cards. Ciononostante sono stati osannati entrambi dal pubblico e dalla critica (sia ben inteso: non a torto).

La contraddizione c’è, ma è solo apparente. O forse siamo talmente sfiniti dalla nostra decennale quotidianità da non farci neanche più caso, ché tra il tentativo di evitare ciò che appare il male assoluto e l’impossibilità di raggiungere il meglio possibile si finisce spesso per preferire troisianamente i cinquanta giorni da orsacchiotto. Il che solitamente va bene, se non devi dirigere un paese.

Josiah “Jed” Bartlet (Martin Sheen) è a tutti gli effetti il presidente che ognuno di noi vorrebbe avere. Lo è stato e con ogni probabilità lo rimarrà sempre. E non solo perché è l’unico a poter vantare un Nobel per l’economia, che di questi tempi di certo non guasterebbe. Bartlet, come pochi, sapeva esercitare il potere («Quando il presidente è in piedi, non si siede nessuno») e allo stesso tempo, come pochi, sapeva farsi amare dalla gente («Ogni volta che nel vincere una sfida pensiamo di essere arrivati al massimo delle nostre capacità, alziamo lo sguardo e qualcosa ci ricorda che quelle capacità potrebbero essere davvero senza limiti»). E pur essendo continuamente tormentato da dubbi etici e personali, quando era il momento di agire sapeva chiudere la partita e sapeva farlo degnamente, che fosse la scelta di ricandidarsi per il secondo mandato o l’attacco a un paese straniero non faceva molta differenza («In tutti i discorsi sulla democrazia, dimentichiamo che il punto non è la democrazia. È la repubblica. La gente non prende le decisioni, sceglie le persone che prendono le decisioni»).

Eppure Bartlet non era un uomo perfetto, nessuno nel suo staff lo era veramente, ed era proprio in quella totale imperfezione che stava in ultimo la loro forza travolgente, e quella della serie (assieme, ovviamente, alla bravura dello sceneggiatore). Quando nel 1999 West Wing apparve per la prima volta sugli schermi americani era quasi l’orizzonte naturale di una realtà che vedeva trascorrere gli ultimi anni della presidenza Clinton. C’era un chiaro riferimento a quel mondo e a quella politica, ma nelle mani di Aaron Sorkin tutto diventava più epico e ideale, anche lì dove i suoi personaggi sbagliavano e fallivano miseramente.

Una quindicina di anni dopo Frank Underwood (Kevin Spacey) ha bussato alle nostre porte e nessuno si è stupito più di tanto. Eravamo preparati psicologicamente, nonostante nel frattempo negli States fosse arrivato un presidente come Barack Obama, o forse persino per questo. Nel primo istante in cui lo incontriamo, Underwood viene trombato in modo eclatante: malgrado avesse dato un contribuito sostanziale alla elezione del presidente degli Stati Uniti, il posto da segretario di Stato che gli era stato promesso gli viene soffiato sotto il naso. Si scoprirà solo più avanti che il vero motivo di una tale strategia è che lui serve lì dove sta: alla guida della maggioranza parlamentare. Non è un mistero, infatti, che muova i membri del congresso come pedine sulla scacchiera, non c’è nulla di cui non sia al corrente e non c’è nulla che non riesca a ottenere con la giusta pressione («Per vincere lo stillicidio del dubbio non c’è niente di meglio che un’alluvione di crude verità»). Lui apparentemente incassa la sconfitta, ma ne fa il primo gradino di quella che sarà un’ascesa inarrestabile e (fin troppo) incredibile, che lo porterà di volta in volta a sconfiggere tutti quelli che l’hanno tradito e a tradire tutti quelli per cui apparentemente lavora. Tutto questo senza cadere mai, o quasi. Perché se c’è una cosa che non spaventa Frank Underwood è rischiare, anche fino a sfiorare la sconfitta personale. Non c’è azzardo, né cambio veloce di strategia che lo intimorisca («La strada per il potere è lastricata di ipocrisie e di cadaveri. Nessun rimpianto»). Se una legge che ha sostenuto fino a qualche minuto prima non è più funzionale ai suoi scopi, si può benissimo buttarla nel cesso e convincere tutti, stampa compresa, che è la soluzione migliore per il bene del paese e del partito, tanto dopo qualche settimana nessuno se ne ricorderà più. Frank sa bene che la strada per arrivare là dove vuole arrivare, ossia la presidenza degli Stati Uniti, sarà impervia e piena di imprevisti, ed è disposto a correre qualsiasi rischio, osando fin oltre l’omicidio («A un passo dalla presidenza, e senza aver preso un solo voto. La democrazia è così sopravvalutata»). Ma non c’è da scandalizzarsi più di tanto, se avete visto anche solo cinque minuti di House of Cards sapete che là dove Bartlet è il nostro ideale romantico, Underwood è l’antieroe dei nostri sogni.

È un po’ come essere invaghite del primo della classe e al contempo di quello che fa a botte con i ragazzini per strada. Solo che poi nella vita di solito, dopo essere state maltrattate dall’uno ed essere state ignorate dall’altro, si finisce con quello tanto buono del terzo banco, che per carità avrà tante qualità, ma di certo se c’è una cosa su cui possiamo giurare è che non diventerà mai presidente degli Stati Uniti.

Ora, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non si era mai vista così tanta tattica politica in una serie americana come da quando Frank Underwood è arrivato nelle nostre case. Benché infatti sia un bugiardo arrivista, la cui unica preoccupazione è il potere e il suo successo personale, è un uomo che sa come funziona una certa politica («Il potere è come gli immobili. È tutta questione di posizione, posizione, posizione. Più sei vicino al centro, maggiore è il valore della tua proprietà»). House of Cards come poche altre serie ci ha insegnato a seguire ogni passaggio più nascosto della politica americana, anche quelli che preferivamo non conoscere. Dal lobbista che visita regolarmente i suoi parlamentari di riferimento al senatore che pretende sempre qualcosa in cambio del suo voto, dalle trattative tra i democratici per indirizzare le scelte del gruppo di maggioranza all’opposizione senza sosta dei sindacati, dalla scelta dei candidati da mettere in seggi strategici agli estenuanti conteggi per avere i voti necessari a far passare le leggi che stanno a cuore al presidente. Nulla è lasciato al caso, neanche le fughe di notizie e le veline passate al momento giusto a giornalisti compiacenti disposti a far uscire «da fonti riservate» le notizie che devono arrivare all’opinione pubblica, in cambio ovviamente del proprio successo personale.

Non che l’universo di West Wing fosse migliore («È anno di elezioni, sarebbe meglio se la gente non esercitasse il buon senso»), ma lì perfino i giornalisti regalavano bocce di pesciolini rossi. Né mancavano i colpi bassi: quando il presidente cerca di far passare una nuova legge sulla droga (che diminuisce le pene e spende di più per la riabilitazione) il capo dello staff della Casa Bianca raduna tutti gli assistenti dei maggiori oppositori nel congresso ed elenca loro, uno a uno, i trattamenti di favore che i parenti dei loro capi, incriminati per quegli stessi reati, hanno avuto senza dover scontare neanche un giorno di galera. Solo che se a farlo è Leo McGarry, a nessuno verrebbe in mente di dubitare della correttezza di un simile gesto. Ma di certo non si può dire che l’amministrazione Bartlet non usasse le maniere forti quando serviva, né che non avesse ben chiaro quanto fosse importante avere potere e consenso. Era solo diversa – e senza dubbio più positiva – la prospettiva («Cerchiamo di convincere gli elettori a votarci e mentre lo facciamo ci auguriamo che gli elettori ci costringano a fare qualcosa di buono»). Nel vederli ogni volta cercare di mettere in pratica le idee in cui credevano, contro le difficoltà legislative, contro il congresso a maggioranza repubblicana e perfino contro i terroristi che li volevano ammazzare, c’era la speranza, e talvolta la certezza, che in fondo in qualche modo la politica – la buona politica – avrebbe prevalso, e di conseguenza inevitabilmente anche il bene del paese, del partito e del mondo intero («Ascoltatemi, non ho mai perso un’elezione in vita mia. Facciamo questa cosa come si deve, la gente risponderà»). E poco importava che fossero più le volte che erano costretti a indietreggiare dalle loro posizioni che quelle in cui portavano a casa il risultato. Anzi, era soprattutto per questo. Se alla Casa Bianca il più figo di tutti era uno come Josh Lyman, uno che avrebbe benissimo potuto inciampare nelle proprie scarpe da un momento all’altro, forse il mondo non era un posto così malvagio.

C’è chi pensa che non sia un caso che dal giorno in cui il presidente Bartlet ha cominciato a far battere i nostri cuori siano passati ormai una quindicina di anni, e che adesso al suo posto ci sia invece uno come Underwood che pur di ottenere i voti che gli servivano ha fatto ben peggio che vendersi la nonna. Non perché all’epoca la politica fosse migliore, ma perché probabilmente siamo noi a essere cambiati. E forse è proprio la politica ad averci cambiato. Siamo passati attraverso l’11 settembre, la guerra al terrorismo, l’elezione di Obama, la crisi finanziaria più grave degli ultimi ottanta anni, senza dimenticare – per tornare a cose ben più vicine a noi – il governo Monti, la sconfitta del 2013 e le consultazioni in diretta via streaming. Come direbbe Frank davanti al parlamentare renitente, non si tratta di valutare ciò che è giusto, ma di guardare oggettivamente alla realtà dei fatti. E di certo quindici anni fa un terzo degli elettori italiani non aveva votato un partito che voleva esplicitamente mandare a fanculo un po’ tutti quanti.

Né può essere un caso che al netto della straordinaria bravura di Kevin Spacey ciò che più ci fa impazzire di House of Cards è che Frank si rivolge direttamente agli spettatori. Si gira verso la telecamera e mentre la scena prosegue indisturbata ci spiega cosa farà o ciò su cui mentirà a breve. E perfino quando non dice nulla, gli basta guardare in camera per rivolgersi indirettamente a noi. Perché nell’era dell’accesso diretto alla politica, anche se stai tradendo il tuo presidente, sai che te la devi vendere bene, perlomeno con i tuoi telespettatori.

Certo, è a tutt’oggi fin troppo facile sapere per chi dei due parteggiare, ma la storia recente ci ha insegnato che si può far tutto in politica tranne rimuovere il presente, persino quando a scrivere la sceneggiatura è Aaron Sorkin. Perché per quanto i grandi amori non siano mai in torto, raramente resistono alla prova del tempo, perlomeno senza i necessari aggiustamenti. E se per essere Frank Underwood bisogna essere i più bravi sulla piazza, per essere Jed Bartlet – di questi tempi – bisogna assicurarsi di esserlo di gran lunga di più.

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