In difesa dell’autonomia del televisivo

Non ho mai conosciuto un direttore di rete generalista capace di celare un trasalimento, messo di fronte all’improvviso all’accoppiata «programma» e «cultura». O di simulare un genuino entusiasmo per gli appelli di varia provenienza a dare più spazio, risorse e visibilità in tv al cosiddetto «petrolio italiano». Anzi. Sulle prime, qualsiasi responsabile di un prodotto televisivo non di nicchia tende a mettersi sulla difensiva. E ricordo bene come, una volta, fu proprio la citazione scherzosa di Goebbels («Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola») ad aprire una discussione che si rivelò invece ricca di spunti e anticipatrice di soluzioni non banali.

Che lo si creda o no, e fatte salve le ovvie differenze nel profilo delle persone, non è una reazione dettata da disinteresse personale per quel che siamo abituati a considerare difficile, indigesto, noioso per un pubblico cresciuto a pane e quiz. E a innescarla non è nemmeno una presunta divisa mentale da professionisti succubi degli ascolti, artefici pavidi di una televisione che invece – secondo molte anime belle anche di sinistra – basterebbe liberare dalla pubblicità e dunque dall’assillo dello share per restituire a una missione «culturale». In realtà, il tema del rapporto difficile tra mezzo televisivo e cultura intreccia tra loro fattori molto diversi, che varrà la pena senz’altro di analizzare nella loro complessità nelle sedi giuste e con l’attenzione che meritano. Ma secondo me ha una sua radice fondamentale: la sostanziale soggezione di chi produce la televisione nei confronti dei “titolari” di importanti asset culturali. Una difficoltà, un impaccio nel ricordare ad alta voce anche agli interlocutori più autorevoli che «la televisione è la televisione è la televisione», si potrebbe dire parafrasando un aforisma molto celebrato. E dunque che il suo modo di essere – fatto di linguaggi, tempi, relazione con il pubblico – ha una sua neutralità rispetto ai contenuti: ha bisogno di contaminare sempre, condizionandolo, l’oggetto che di volta in volta manipola. Dal giornalismo allo sport, dal cinema alla musica. Senza zone franche.

Il tema – che come un fiume carsico volta a volta riaffiora e scompare dall’orizzonte del dibattito pubblico – riguarda naturalmente tutte le televisioni generaliste. Ma come è giusto, è da sempre un tormento alla Rai. Per quello che l’azienda è stata nella storia di questo paese. Per il ruolo che ha svolto nell’alfabetizzazione primaria e nell’unificazione della lingua, e per quel che di se stessi e del proprio lavoro le personalità più importanti della cultura italiana hanno affidato negli anni alle sue telecamere. Ma anche più prosaicamente – e a maggior ragione in tempi di spending review – perché è giusto che lo affronti una tv di servizio pubblico, finanziata in parte con i soldi del contribuente.

Soggettività e ruoli personali a parte, la cautela di chi ha la responsabilità delle scelte ha come retroterra una storia scandita da flop clamorosi. Come quelli a raffica della Rai «dei Professori» di più di venti anni fa, o quello diventato proverbiale del Macbeth diretto da Riccardo Muti, che nel ’97 affondò il prime time di Raiuno al di sotto del quattro per cento. Anche per questo, dopo lo switch off, la Rai ha sfruttato a fondo le possibilità aperte dal passaggio al digitale terrestre per battere con convinzione la strada dei canali tematici, affidando ad alcune delle sue migliori risorse professionali la missione di una rappresentazione della realtà culturale italiana e internazionale che ha conosciuto e conosce momenti di assoluta eccellenza. Ma il nervo scoperto del rapporto tra tv e cultura tale resta. Perché – come dimostra anche il dibattito sul futuro della Rai, il progetto per la verità ancora sommariamente delineato di una caratterizzazione per generi dei canali che tenga distinti intrattenimento, innovazione e cultura – il centro dell’attenzione restano le reti generaliste, il loro modo di produrre programmi e di garantirne qualità e successo.

Credo che rimanga vero, come scrisse a suo tempo Aldo Grasso, che la cultura «non è un genere, ma un carattere delle cose», che deve pervadere a vario titolo – in una realtà ideale – quasi tutta la programmazione. Ma lo specifico della divulgazione resta a mio modo di vedere un terreno su cui chi fa televisione non può evitare di confrontarsi. Perché chi la guarda la chiede, e ha il diritto non dover necessariamente accedere, per ottenerla, ai livelli in qualche modo più alti delle tv specializzate. Cosicché la sfida si sposta sul come, sul quando, sugli strumenti che bisogna darsi, sulle scelte di palinsesto più utili per valorizzare e non solo difendere i programmi più specificamente culturali. La risposta non è la scorciatoia degli orari impossibili, delle zone protette. E’ vero, oggi internet spalma su un’intera giornata i possibili momenti di accesso a un prodotto. Ma non esiste una tv di qualità che non ambisca a fare ascolto, a misurarsi sull’Auditel. Perché  l’ascolto rimane la misura fondamentale di quanto bene il lavoro è stato fatto: di quanto fecondo è stato il mix di idee che hanno messo capo a un progetto, penetrante il linguaggio che lo ha caratterizzato, felice la sua realizzazione, mirata la percezione di ciò che si intendeva comunicare al pubblico. In tv meno ancora che in politica ci si può gettare alle spalle un insuccesso nascondendosi dietro un ho-fatto-un-buon-lavoro-ma-non-mi-hanno-capito.

Lo dico anche perché, a certe condizioni, sono convinto che non ci sono scommesse perse in partenza. Ricordo ancora, ad esempio, la sorpresa e l’entusiasmo di Paolo Ruffini, allora direttore di Raitre, un mattino dell’estate del 2009, all’indomani della diretta di un concerto da piazza Plebiscito, a Napoli. Nelle settimane precedenti, l’autorevolezza della moral suasion del Quirinale sul settimo piano di Viale Mazzini lo aveva costretto a ingoiare il rospo di una prima serata sulla sua rete, che nelle aspettative generali sembrava garantire l’accoppiata costi alti-ascolti bassi, a dispetto dell’assoluta eccellenza delle orchestre e del coro di Santa Cecilia e di San Carlo che ne sarebbero stati gli interpreti. E del richiamo di un nome come quello del maestro che li avrebbe diretti, Antonio Pappano.

La parola d’ordine fu, senza troppi fronzoli, limitare i danni. Ma il progetto che venne messo in campo, tenendo incrociate le dita, fu subito molto più ambizioso. Lo rendeva possibile il programma – una selezione di popolari brani di Verdi che titolammo «Verdi Galà» –  e soprattutto la disponibilità e il genio comunicativo di una star della musica mondiale come Pappano, lontano anni luce per cultura e carattere dai sussieghi di altre star del podio. La scelta, alla fine, fu di puntare a dispetto di tutto sulla creazione di un evento televisivo, e non semplicemente alla ripresa di un’esibizione musicale. Con una conduzione affidata non a un addetto ai lavori ma a una giornalista attraente e versatile come Elsa Di Gati. Con un assetto delle luci di grandissimo impatto. Con una regia non convenzionale, a cucire insieme una scaletta costruita con cura e un impianto videografico insolitamente ricco per un concerto, capace di mettere lo spettatore a casa in grado di sapere in ogni istante che cosa stava vedendo, quando era stato scritto e perché. Il giorno dopo l’Auditel certificò per Raitre il 10 per cento di share, persino più della media di rete. Una specie di piccolo trionfo, impreziosito dalla notizia che per una volta le immagini di una diretta Rai sarebbero finite in uno speciale della Bbc, e non il contrario.

Una volta di più, Ruffini mostrò coraggio, nel lasciar mano libera al gruppo che allora guidava la Musica di Raitre. Dentro e fuori la Rai, la compagnia dei chierici della tradizione, degli orfani del canale unico, dei custodi della sacralità della classica e ancora più della lirica avevano inarcato da tempo entrambi i sopraccigli di fronte alla pretesa di lavorare come se anche la musica in televisione fosse, anzitutto, televisione. In un convegno a Ravello, un paio di mesi dopo,  la discussione si fece, come si diceva una volta, anche più franca. A una platea tutta di addetti ai lavori, ma soprattutto di gestori di teatri lirici, dicemmo con franchezza che se la lirica ha bisogno della televisione per difendersi meglio dal taglio delle risorse pubbliche bisogna che, con tutte le specifiche del caso, anche la lirica diventi un prodotto televisivo. Quando andiamo allo stadio per una partita – argomentai io – cerchiamo soprattutto l’emozione di esserci, perché di rado vediamo tutto e bene: ed è esattamente perché non può restituire quell’emozione che la tv oggi moltiplica telecamere e tecnologie per mettere a disposizione dello spettatore a casa la possibilità di vedere ogni dettaglio, di giudicare un’azione, di riesaminarla, insomma di capire la partita anziché farsene rapire. Proprio come il calcio, conclusi, la lirica deve ripensare il suo modo di venir ripresa per la tv, e farsi invadere da telecamere e microfoni per proporre al telespettatore molto più delle riprese piatte, frontali, adinamiche che la «discrezione», sempre invocata dai teatri lirici nelle riprese per la televisione, aveva sempre consentito quasi come una concessione.

Da allora, racconta chi ancora lavora ai programmi di musica colta, un po’ di strada è stata fatta, anche se molta ne resta ancora da fare. Ma se sono partito da qui, e forse ci sono rimasto sopra troppo a lungo, è perché la messa in onda di concerti e opera è probabilmente la frontiera più difficile, nel rapporto tra cultura e tv: il paradigma di sfide che per evitare guai spesso non si è nemmeno provato a lanciare. E penso alla rinuncia sostanziale a proporre teatro di prosa dopo i flop dolorosi del passato: come se non si potessero testare professionalità capaci di interpretare un testo nel linguaggio della moderna tv come altrove – e penso ad esempio a una prima serata come «Chi l’ha visto?» – si lavora sulla realtà per farne ogni settimana una pagina pop di racconto televisivo. Ed è una rinuncia che suona come campane a morto per la grande lezione di chi fondò prima Raidue e poi Raitre: per l’idea che la contaminazione di generi sia il grimaldello per uscire dalla dicotomia paralizzante tra il cosiddetto «alto» e il cosiddetto «basso».

Intendiamoci: dove la contaminazione è più facile, persino in ambiti musicali considerati altrettanto complessi della classica, la scommessa si è rivelata più giocabile. E penso al piccolo grande successo della prima edizione di «Sostiene Bollani». Nata come sviluppo di un programma di culto nella cerchia qualificatissima ma stretta degli ascoltatori di Radiotre – «Quasi una setta», mi disse una volta con un sorriso e una punta di civetteria Marino Sinibaldi – fu trasformato in una vetrina che in diretta, e con il pubblico in studio, portava felicemente in televisione, intorno a mezzanotte, l’emozione di un viaggio in tutti i porti della cultura musicale europea e americana, trovando nel jazz il suo esperanto. L’estro e la curiosità di un maestro come Stefano Bollani si mise al servizio di un’operazione a tratti decisamente pop, a cominciare dalla scelta di un titolo dichiaratamente ripreso da un romanzo dal grandissimo successo di pubblico. E non fu troppo difficile – grazie ai saperi di una squadra eccellente – rivisitare tacitamente archetipi presi di peso dalle migliori esperienze della prima Raidue, da «L’altra Domenica» a «Blitz» a «Quelli della Notte». Ne uscì un prodotto capace di fidelizzare segmenti di pubblico anche distanti tra loro: ma che per la verità fu felicemente figlio anche di un confronto tra le ambizioni di Raitre e l’approccio originale di Bollani e dei suoi più stretti collaboratori non costellato solo da rose e fiori. Un confronto tutto sul primato delle “leggi” della tv.

Non voglio passare per integralista. Ma mettere il “proprio” della televisione al centro del villaggio è una precondizione, secondo me, per sciogliere le difficoltà che incontriamo ancora e per individuare la direzione di marcia. Nella televisione dei pionieri, quella che ha fatto la storia e che ancora vediamo volentieri nei mille e uno programmi basati sulle teche, era trasparente l’impronta di una generazione di professionisti convinti di quel che stavano facendo: pervasa da un lato dall’idea che pressoché ogni minuto di programmazione dovesse avere un valore formativo, e dall’altro che comunque la televisione fosse una parente povera se non poverissima della letteratura, del teatro, delle arti. E che dunque dovesse sì farsi veicolo della loro conoscenza, ma badando bene a non sfiorarle nemmeno nella loro autonomia. Limitandosi in un certo senso a fotografarle: come una natura morta.

A volte mi sembra che proprio essere rimasti grosso modo lì, mentre sulla scena irrompevano la tv commerciale e i suoi riti, abbia colpito duro la possibilità per la cultura di farsi largo nella televisione di largo consumo senza rinunciare a se stessa. Una rubrica di libri che nell’impianto ricalca sostanzialmente «Almanacco» o «L’Approdo» di cinquant’anni fa, con le sue sequenze lunghe, con il suo studio arredato di levigate poltroncine, con l’enfasi sulle belle parole e il dibattito compiaciuto tra intervistatore ed autore, non va lontano, nel mondo che si è abituato ad altre riprese, ad altri ritmi, ad altri linguaggi. E soprattutto che in televisione si aspetta immagini, e dalle immagini si aspetta di venir emozionato. Se è vero che è il loro format e non solo la crisi della politica – dicono tutti i dati della recenti stagioni – ad avere in parte consunto l’appeal dei talk show, anche quelli più stimolanti e strasperimentati, la strada dei talk culturali è ancora più in salita, perché è contro la loro natura, oltre tutto, ricorrere alle semplificazioni, alle risse, al trash con cui altrove si può cercare qualche volta, alle brutte, di buttar la palla in tribuna.

Se chi fa meglio l’approfondimento e l’inchiesta – e in misura crescente persino chi fa l’informazione dei telegiornali – sottolinea che la televisione è eminentemente racconto caldo, partecipato, a maggior ragione non può essere che questa la bussola di programmi con ambizioni alte. Pietro e Alberto Angela battono con successo da anni questa strada sul fronte della divulgazione storica e scientifica, facendo di se stessi lo snodo ambulante di una narrazione che sfrutta con maestria le risorse tecnologiche e le esperienze pilota di uso del mezzo televisivo in altri paesi. E in un ambito più ristretto, come quello della divulgazione medica, dice la stessa cosa anche la brusca, rapida crescita di ascolti di una rubrica storica come Medicina33 del Tg2, da quando il suo orizzonte si è allargato dai soli temi clinici agli aspetti sociali delle patologie. Da quando ha scelto di entrare in modo più deciso nel vissuto delle persone/pazienti. E soprattutto si è data una confezione televisiva – in termini di immagini, di grafica, di cura delle riprese in studio – appropriata a un pubblico più giovane e più curioso.

E’ importante, la confezione. Sta al prodotto televisivo esattamente come quelle che rendono attraente ancora prima di consumarlo un profumo, un dolce, un liquore. E’ uno specifico della televisione. I concorrenti più nuovi della Rai – non per caso figli di primo letto della cultura americana dell’immagine – ne sono maestri, e addobbano così bene anche quel poco che a volte hanno in cascina da farlo apparire comunque una gran cosa. Ma lanciano una sfida importante, se alla Rai sarà ancora chiesto di competere: una sfida che mette in primo piano anche l’urgenza di una maggior diffusione del segnale in alta definizione. A questi patti, la partita della cultura in tv è tutt’altro che perduta. Energie, idee, competenze e talenti per vincerla ci sono. Con più convinzione, meno timidezze e una discreta dose di faccia tosta si può far finire nella cantina della tv italiana anche l’ultimo degli aforismi di Goebbels.

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