Foto originale di Quinn Dombrowski, rielaborata

Come (ri)prendere il 40%

Ha ragione Francesco Cundari quando sostiene che non convince l’analisi di chi ritiene che il 40 per cento sia un gran risultato. Il 40 per cento in un referendum è una sconfitta netta, non può mai essere un gran risultato. Però 13 milioni di persone, quelle che hanno votato Sì il 4 dicembre, sono un gran numero. E quindi, in un certo modo, non credo sia sbagliato sostenere che si debba ripartire da lì, se per ripartire da lì non intendiamo esercitarsi in una facile e sbagliata equazione – 40% al referendum = 40% percento alle elezioni per il Pd guidato da Matteo Renzi – ma se lo usiamo come dato inconfutabile di partenza per dimostrare che il racconto bizzarro e un pelo in malafede, quello che sembra prevalere oggi sui giornali e nei ringalluzziti talk show, di un’Italia che all’unisono ha rigettato l’avventurismo di una classe dirigente non preparata e dai pruriti autoritari e oligarchici non corrisponde alla realtà. Se lo usiamo come dato inconfutabile per tornare a raccontarci che, vicinanza o meno a Matteo Renzi, ci sono tredici milioni di italiani i quali – con idee, storie, sfumature, convincimenti e punti di partenza differenti – credevano e credono a vario titolo che un’Italia istituzionalmente più semplice e più forte sarebbe servita da volano per riconquistarci un pezzo più solido di futuro e avrebbe dato spessore al tentativo del governo e del Pd di dare vita a un’Europa più giusta, più a misura di cittadino.

Sono tredici milioni di italiani che voteranno Pd senza se e senza ma? Ovviamente no. Sono tredici milioni di italiani che hanno sostenuto e sosterranno in blocco e senza dubbi Matteo Renzi, qualunque cosa succeda? Ovviamente no. Ma sono tredici milioni di persone a cui il Pd e Matteo Renzi guardano e con cui devono e possono dialogare, questo sì. E ripartire da un dialogo aperto con tredici milioni di italiani, significa che anche i diciannove milioni che hanno votato No, per non parlare dei tanti che non hanno votato – che tutto sono tranne che un blocco unico dalla visione e dalle idee granitiche e inscalfibili – inevitabilmente sentono quel che hai da dire. E se lo dici con chiarezza magari iniziano, non dico a votarti, ma ad ascoltarti, a capirti. Come riaprire il dialogo con tredici milioni di italiani? Dicendo due cose, credo, e lo dico da commentatore sbrigativo e superficiale e non da esperto di policy e programmi elettorali.

Prima cosa da dire: quando parliamo di futuro e di innovazione, del brivido vitale e delle opportunità che ciò che non è ancora successo può dare, stiamo parlando di loro. Stiamo parlando dei loro figli e nipoti i quali, col nostro livello di inglese e scarsa alfabetizzazione tecnologica, faranno sempre più fatica, un domani, a colmare il gap, sul lavoro come nella vita, coi loro coetanei olandesi o coreani. Stiamo parlando delle crisi di interi settori industriali, che coinvolgono gli stabilimenti dove lavorano loro, le loro sorelle e i loro cognati, e che si risollevano solo facendosi venire nuove idee, scendendo a patti con nuovi investitori globali, sfidando i rappresentanti di lavoratori e imprenditori sul terreno del progresso e non della conservazione. Non stiamo scimmiottando Steve Jobs (una caricatura che piace tanto a chi non si sente adeguato ai tempi che corrono, e che si ostina a non ascoltare e a non capire; un salto alla Leopolda da parte dei più scettici non avrebbe guastato); stiamo guardando al domani, a quello di tutti, non solo degli italiani doc, non solo dei lavoratori tradizionali, ma anche a quello dei nuovi concittadini (chi arriva qui per scelta o per mancanza di alternative), dei disoccupati e delle partite iva di oggi che devono diventare i lavoratori e gli imprenditori di domani. Il domani di tutti: è o non è una cosa di sinistra?

Seconda cosa da dire: è vero, le democrazie liberali sono in crisi; è vero, i partiti democratici nel mondo sembrano a corto di valori e di messaggio e danno spesso l’impressione di occuparsi più dei propri equilibri interni che dei problemi delle persone. Però mai come oggi la battaglia è stata chiara: il mondo aperto – la libera circolazione di idee, persone, merci, affetti, diritti – contro il mondo chiuso – i muri, il protezionismo, il rifiuto degli altri, la regressione sul piano dei diritti individuali e collettivi. I democratici stanno col primo, che sia popolare o meno farlo oggi, senza tentennamenti e a testa alta. Dire, come ha fatto Bersani, che Trump «ora interpreta un bisogno di protezione, una nuova destra che rappresenta anche tute blu e ceto medio stremato dalla crisi… se ci sono idee che funzionano, poi chi le interpreta arriva», significa regredire pericolosamente sul terreno delle idee e delle conquiste democratiche.

Dopotutto, è l’aggiornamento globale di quel «non possiamo lasciare il No alla destra» che furoreggiava in autunno. Non bisogna cambiare idea solo perché al momento sembrano funzionarne altre. Così ci si mostra deboli e subalterni. A questa destra grillina, reazionaria e protezionista che ora va per la maggiore e che affascina i Corbyn e gli Hamon e financo alcuni sedicenti uber liberali di casa nostra, tendenzialmente non vorrei lasciare il futuro. La responsabilità dello stallo politico provocato dal No al referendum, se non altro per fare chiarezza su chi vuole cosa, gliel’avrei lasciata molto volentieri. E credo anche buona parte di quei tredici milioni di italiani. Da cui ripartire, appunto.

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Federico Sarica è direttore di Rivista Studio e membro del comitato esecutivo di Volta

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