notte-bianca
Foto di Ben Snooks
Numero Speciale | Dieci anni

Classismo culturale

Contrordine, compagni! Richard Florida ha scritto un libro per spiegarci che quindici anni fa aveva sbagliato quasi tutto. Per chi non lo ricordasse – d’altro canto sono trascorsi tre lustri dall’uscita in Italia dal suo libro L’ascesa della nuova classe creativa (The rise of the creative class, 2002. Basic Books) – Florida è stato il teorico della funzione rigenerativa del modello «3T»: tolleranza, tecnologia e talento erano i tre elementi necessari, secondo lo studioso, per attrarre innovatori, esperti di tecnologie e giovani creativi nelle città in declino che, grazie a questi nuovi residenti, si sarebbero trasformate, detto fatto, in cool cities. E poiché le imprese vanno laddove ci sono i talenti, quelle città avrebbero attratto capitali, startup, innovazione, ricchezza. Il sillogismo costruito da Florida scatenò un furioso entusiasmo in tutto il mondo. Era il 2003 quando il libro uscì in edizione italiana e già nel 2004 apparve firmato da Irene Tinagli e dallo stesso Florida il rapporto di ricerca Europe in the Creative Age, cui seguì l’anno successivo L’Italia nell’era creativa.

Non è difficile concordare con Florida a proposito del fatto che se le città sono il luogo di elezione di creativi, innovatori, esperti di tecnologie, quelle città diventeranno anche sede prediletta delle imprese che di quelle professionalità e di quei talenti hanno bisogno. Quei creativi, che per loro natura sarebbero liberali e tolleranti, si insedieranno in aree capaci di fornire loro case a buon mercato, luoghi di aggregazione, locali, ristoranti e la loro presenza riqualificherà quelle zone, porterà lavoro, tasse per la città, miglioramento dei servizi. Un circolo virtuoso, apparentemente, di semplice innesco e con la capacità di autogenerarsi e rigenerarsi. Ma qualcosa sembra proprio che non abbia funzionato. Nel suo nuovo libro The New Urban Crisis, infatti, è lo stesso Florida a scrivere che forse era stato «…eccessivamente ottimista nel credere che città e classe creativa avrebbero potuto di per sé condurre a un’urbanistica migliore e più inclusiva».

Effettivamente è andata al contrario. I creativi hanno dilagato nelle città considerate più cool (in Italia diremmo più prosaicamente fighe, o fiche, a seconda della latitudine) e che mettevano in palio «…the 3Ts of economic development…» anche grazie al favore di sindaci e amministrazioni che usavano il libro di Florida come un vero e proprio manuale di governo delle città. La classe creativa qualsiasi cosa si voglia intendere con questa seducente formulazione) si è installata in aree fino ad allora a basso costo, spingendo nei sobborghi quella classe media incapace di far fronte alla speculazione sui prezzi degli affitti. Le grandi imprese hanno anch’esse deciso di trasferirsi nelle città acquistando a carissimo prezzo aree diventate pregiatissime e contribuendo a far impennare i prezzi degli immobili. I quartieri diventati rapidamente alla moda si sono presto saturati di giovani uomini d’affari, giornalisti o architetti di successo, ricchi nerd tecnologici (preferibilmente single, preferibilmente bianchi, preferibilmente maschi, certamente facoltosi) ma anche di case vacanza e boutique hotel per turisti in cerca di esperienze autentiche.

Come ci può spiegare qualsiasi studioso di sociologia urbana, però, nel momento in cui determinate aree diventano aree creative/artistiche riconoscibili e riconosciute, dunque obiettivo della monocultura di persone cool e hip, cominciano a perdere la loro effervescenza: artisti, musicisti e giovani creativi con poche risorse economiche si sono già trasferiti in aree meno costose e ancora socialmente variegate e stimolanti. I nuovi quartieri creativi non sono più luoghi dove le cose accadono, ma solo il loro pallido riflesso, benché alla moda e pieno di locali. Quello che si perde molto velocemente è la varietà sociale e quei giovani ricchi, artefici di una vera e propria sostituzione sociale, si ritrovano in veri e propri fortini dorati separati dal resto della città anche se talvolta a ridosso di aree povere problematiche. Perché la conseguenza più allarmante del fallimento del modello 3T è stata l’esplosione e l’estrema dilatazione delle diseguaglianze laddove Florida ci aveva promesso la crescita generalizzata del benessere.

E invece, ci spiega oggi lo stesso Florida nel suo recente e misurato mea culpa, si è innescato proprio nelle città più cool un meccanismo che ha denominato il winner-take-all urbanism, vale a dire una dinamica per cui chi ha avuto successo oggi preme e briga perché non si mettano in atto progetti per uno sviluppo più inclusivo e solidale capace di rompere i confini dei cluster dentro i quali i ricchi e trendy si sono rinchiusi, mantenendo il loro monopolio sui benefici frutto della palingenesi dei loro quartieri: scuole e trasporti migliori, strade sicure, servizi efficienti. Perché i benefici prodotti dalla rivitalizzazione dei quartieri creativi si sono riversati su pochi soggetti molto benestanti senza coinvolgere di fatto i colletti blu e i lavoratori dei servizi: i commessi dei negozi o i camerieri che servono analisti finanziari, architetti di successo, sviluppatori di software, non godono del flusso finanziario generato dai nuovi residenti. I loro stipendi sono rimasti quelli di un tempo, e in più si sono dovuti trasferire in aree più periferiche e ora devono sobbarcarsi anche i costi dei trasporti.

Ma la medesima logica comporta che poche, pochissime città (la zona della baia di San Francisco, New York, Boston, Washington Dc, San Diego e Londra) sono in grado di attrarre la stragrande maggioranza degli investimenti spalancando la forbice della diseguaglianza non solo nelle città, ma anche tra le città. È la competizione, mi direte. Ma viene da domandarsi se questa competizione vale il costo generato dai drammatici fenomeni di migrazione interna che determinano l’iper affollamento dei sobborghi delle città vincenti, che diventerebbero vere e proprie sacche di povertà ed esclusione ai margini dei cluster abitati dai vincitori della gara urbana. Ci spiega Florida che le percentuali di povertà negli ultimi anni crescono molto più velocemente nei sobborghi (un tempo aree residenziali di elezione della borghesia) che non all’interno dei centri cittadini, senza che le amministrazioni pubbliche abbiano compiuto interventi di una qualche incisività. E così diventa anche più chiaro perché Trump abbia vinto le elezioni tra la classe media.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo in Italia. Perché malgrado il modello Florida sia tutto basato sulla realtà angloamericana e sia sostanzialmente applicabile solo a quel contesto (con i risultati che abbiamo visto), l’idea dell’ascesa della classe creativa conquistò il pubblico italiano, specie quello più ottimista e di sinistra. Quel saggio parlava di città, di protagonismo dei sindaci, cultura e creatività, crescita sostenibile, innovazione, rigenerazione urbana, tutti temi che in quegli anni il centrosinistra sconfitto alle elezioni adoperava anche come rifugio in attesa del riscatto. Le città e il talento erano le parole d’ordine che avrebbero aperto la strada a un futuro di progresso e benessere collettivi. E fu tutto un parlare, scrivere e teorizzare di hub, cluster culturali, classe creativa, tolleranza-tecnologie-talenti, di cultura volano dell’economia, di sviluppo su base creativa o culturale o turistica. Erano parole e formule che appassionavano soprattutto quegli amministratori che avevano investito sulle estati cittadine, le notti bianche, i capodanni in piazza, i concerti gratuiti, le inaugurazioni di mostre o di nuovi musei, convinti che la crescita dell’offerta avrebbe senz’altro dato vita a una domanda di cultura consapevole, durevole e in perenne crescita. E seppure una crescita della domanda ci fu, è ancora da stabilire se fu l’effetto dell’allargamento del numero assoluto dei fruitori o semplicemente della crescita dei consumi da parte di un pubblico già consolidato. E io qualche sospetto ce l’ho. Ma tutte quelle iniziative (in gran parte finanziate più o meno stabilmente dalle amministrazioni pubbliche) avevano il grande pregio di produrre un certo grado di consenso tra determinati strati della cittadinanza (le élite economico culturali, la classe media in cerca di affrancamento) e tra gli operatori della cultura e dell’intrattenimento.

In quegli stessi anni la popolarità nel campo del centrosinistra delle parole di Florida fu confermata dal fatto che concetti e valori come diffusione della cultura, creatività, innovazione, tecnologie, impresa, produzioni qualificate entrarono a far parte integrante del Manifesto dei Valori del nascente Pd nel 2007. Nel frattempo anche a Roma, Bologna, Milano, Napoli, Torino, interi sonnacchiosi quartieri piccolo o piccolissimo borghesi si trasformavano, senza che le amministrazioni comunali provassero davvero a governare le metamorfosi, in quartieri della movida, la versione a bassa risoluzione dei cluster creativi americani. La condizione necessaria perché quella risemantizzazione avvenisse era che quei quartieri fossero prossimi al centro cittadino, facilmente raggiungibili, che gli affitti e i prezzi degli immobili fossero (ancora) abbordabili e che, infine, conservassero aspetti suggestivi.

Quei quartieri sono stati inondati in pochissimi anni da una sedicente classe creativa fatta soprattutto di studenti fuori sede o fuori corso, di aspiranti artisti, musicisti, pubblicitari e di giovani professionisti single e più o meno in carriera. Quella valanga di newcomers, come nelle cool cities statunitensi, ha avuto come prima conseguenza l’aumento indiscriminato del costo degli affitti e in seconda battuta la mutazione genetica del tessuto commerciale avvenuta senza che le amministrazioni abbiano battuto ciglio. Quelle che dovevano diventare aree di sviluppo su base creativa sono diventate aree di sviluppo su base gastrica: ristoranti, enoteche, pizzerie, pub, rivenditori automatici di alcolici. Anche in questo caso le prime vittime di questa sostituzione sociale sono stati i più deboli, gli anziani, i più poveri o le famiglie della piccola borghesia sfollate verso la periferia a causa della rivalutazione dei prezzi degli immobili e, talvolta, in ragione di un habitat diventato irriconoscibile e ostile.

Un discorso a parte si potrebbe fare sul fatto che nella maggioranza dei quartieri di tendenza e alternativi non sono migliorati i servizi, che generalmente – poiché neanche nel modello Florida la correlazione è causalità – a seguito di hipster e creativi non sono arrivati nelle città imprese innovative e creative, e che i veri vantaggi sul piano economico li hanno goduti in Italia forse solo i proprietari di immobili che hanno fatto investimenti nelle nuove aree trendy e i costruttori edilizi che hanno fornito nuove case alla classe media in cerca di nuova collocazione senza che la parte pubblica si ponesse seriamente la questione della necessità di abitazioni a costi sostenibili. Ma ci si potrebbe anche dilungare sul fatto che la crisi economica iniziata tra 2007 e 2008 ha stroncato sul nascere ogni ambizione di crescita della classe creativa italiana trascinata nel gorgo della diminuzione dei compensi e della stretta per le spese delle imprese e della pubblica amministrazione per pubblicità, innovazione, investimenti culturali. Ma una riflessione va fatta sulla superficialità delle politiche messe in campo dal centrosinistra prima e dal Partito democratico in seguito, per le città, la cultura e lo stimolo della creatività.

Se da un lato ci si è beati a lungo nell’illusione che bastassero parole d’ordine ripetute come un mantra, qualche intervento occasionale e l’eventismo per avvicinare il pubblico alla cultura, e che i perimetri creativi fossero in grado di prolificare, moltiplicarsi e incrementarsi in assenza di politiche di sostegno persistenti e capillari, si è anche preferito pensare che i grandi mutamenti innescati dal crescere delle diseguaglianze nelle città non avrebbero davvero intaccato gli equilibri preesistenti. Invece i poveri, assieme ai nuovi poveri scaturiti dal declino e dalla marginalizzazione della classe media, si approssimano sempre più alla maggioranza dei residenti nelle grandi città. Le periferie crescono di dimensione – sono la parte sommersa dell’iceberg – e si allontanano sempre di più, fisicamente e metaforicamente, dai centri cittadini, mentre la città consolidata e storicizzata dalla quale impiegati, piccoli commercianti, lavoratori dei servizi, operai, pensionati sono stati espulsi, si è riempita di uffici pubblici e privati, servizi per il turismo (peraltro spesso di infima qualità), cluster per ricchi e enclave di comunità straniere talvolta poste una accanto all’altra ma difficilmente comunicanti. Diminuisce la qualità dei servizi e, malgrado qualche intervento in senso contrario, i servizi culturali e ricreativi (dalle biblioteche ai teatri) già scarsi anche appena fuori dai centri cittadini, si diradano sempre più nei sobborghi, fino a sparire alle estreme propaggini delle città. Ed è proprio la classe media impoverita e semi isolata delle periferie che oggi più di chiunque altro regge l’urto delle traballanti politiche per l’accoglienza dei migranti o i complessi rapporti con le baraccopoli dei rom.

Una delle peculiarità del centrosinistra e del Pd è stata l’assottigliamento della volontà (e forse capacità) di elaborazione e della riflessione politica sulle città intese come organismi interi e non come patchwork di aree giustapposte l’una all’altra e di gruppi sociali autosufficienti e reciprocamente impermeabili. E l’innamoramento remissivo e (quasi) generalizzato per formule alla moda e apparentemente risolutive come quella proposta da Florida per rigenerare le città è il sintomo di questo ritirarsi dal merito dei problemi. Purtroppo, ormai dovremmo esserne edotti, i problemi complessi difficilmente hanno soluzioni semplici e, nel caso delle tante città italiane in declino e dei loro cittadini sempre più sull’orlo di multiformi crisi di nervi, il tempo non è una cura. La questione del prossimo decennio (che in effetti era anche quella dei decenni appena trascorsi) sarà la crescita delle diseguaglianze in tutto il paese e in particolare nelle città e di come l’intervento pubblico potrà limitarle. E sarà impossibile intervenire sulle diseguaglianze se non inizieremo a pensare a come affrontarle nella loro complessità: non si possono lenire le diseguaglianze economiche se non si attenuano quelle culturali e queste sono insuperabili se non si interviene sulla qualità dei servizi (dalle scuole ai trasporti, passando per la pulizia e la dignità dei luoghi). Questo significa pensare le città come organismi interi. Questo significa inserire potenti correttivi alla accettazione del capitalismo neoliberista e della logica del mercato.

Ma mi preme fare un’ultima considerazione. Cultura e creatività per Florida non sembrano essere valori in sé, ma strumenti finalizzati allo sviluppo economico e, come abbiamo visto, a uno sviluppo economico che, tra l’altro, neanche si è dimostrato capace di ridistribuire la ricchezza prodotta tra tutti gli attori del sistema. Quello che io avevo capito del Partito democratico era che la cultura (e la creatività), invece, fosse un valore anche perché migliora potentemente la qualità della vita delle persone, anche se non genera esternalità economiche positive immediatamente percepibili, anche se non determina la rivalutazione dei prezzi degli immobili, anche se i musei e i teatri non hanno bilanci economici da startup di successo. Io avevo capito che la diffusione della cultura, insomma, fosse il fine, e non un mezzo. Invece intravedo da anni nel Pd una sorta di senso di colpa, quasi di vergogna o almeno di sottovalutazione della forza rivoluzionaria insita nella cultura, e lo scorgo nella superficialità e impreparazione di molti dirigenti nel parlare di cultura, nella faciloneria con cui si confondono cause ed effetti, nel non concentrarsi sul nucleo della questione, nella ricerca affannosa di alternative al necessario intervento pubblico per la cultura, nell’emarginare le politiche culturali nelle ultime pagine dei programmi elettorali. Una cosa va detta per finire, ed è che non sono state la cultura o le classi creative a innescare il processo di gentrificazione nelle città oggi in crisi profonda. È stato il capitalismo neoliberista, è stato il mercato deregolamentato, è stato l’arretramento della politica e del ruolo di pianificazione e controllo della parte pubblica.

   
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someonePrint this page

Comments are closed.