Il grande dittatore.

Nazistically correct

Assieme a molte altre cose molto più tristi e molto più gravi, la sconcertante dichiarazione pronunciata ieri da Matteo Salvini sui fatti di Como ci insegna una cosa importante sul linguaggio politico. Il segretario della Lega, infatti, ha detto testualmente: «Certo che entrare in casa di altri non invitati non è elegante, ma il tema dell’invasione dei migranti sottolineato dagli skinheads è evidente». Che è un modo piuttosto singolare, ne converrete, per commentare l’irruzione squadrista di un manipolo di naziskin in un’associazione di volontariato. Ma è anche una dimostrazione di come persino i più acerrimi nemici del politicamente corretto, del buonismo, degli eufemismi e di ogni altra forma di ipocrisia linguistica, alla fin fine, ricorrano a loro volta ben volentieri ad ampie e non meno ipocrite circonlocuzioni. L’unica differenza è il soggetto che si vuole tutelare dalle durezze di un linguaggio troppo diretto e dallo stigma sociale che ne potrebbe derivare: per i fautori del politicamente corretto, evidentemente, si tratta dei più deboli, dei disabili, degli appartenenti a minoranze di qualsiasi genere. Per Salvini, dei nazisti.

   
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